REM

Thich Quang Duc

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Questa è la storia di un monaco, di un gesto, di un ideale e di un cuore che, come in un racconto di Poe, sopravvive al padrone.

Tich Quang Duc: vietnamita, buddista, morto nel ‘63.

A Saigon, un’afosa mattina di giugno. Una tanica di benzina. La concentrazione ascetica dei santoni.

Se guardate la foto sopra e quella sotto, noterete che Duc non si è mosso di un millimetro: non un urlo, neanche una supplica.

Chissà a quanti gradi brucia la benzina…

Questa è la storia di una repressione, di una chiesa cattolica protestante e del perseguimento dei propri principi.

Auto-immolarsi in un incrocio, forse, non serve a far cambiare idea a chi stai combattendo.

Scegliere di morire e dimostrare che la dignità, solo quella, non si può portare via a nessuno, ha qualcosa di stoico e in un certo senso sacro.

Duc non ha strisciato, mai. Amava la sua gente e la sua cultura, ma non la considerava superiore. Tutto ciò che chiedeva era parità di diritti per cattolici e buddisti. Tutto ciò che chiedeva era che i preti cattolici sciogliessero le bande armate con cui tenevano sotto controllo il suo paese, un paese costituito per ll’80% da buddisti. Tutto ciò che chiedeva era che questo 80% non venisse scacciato dai propri villaggi.

E si è sacrificato per questo.

Amava la sua gente e la sua cultura.

Si dice che il suo cuore sia stato ritrovato intatto fra i resti del suo corpo.

Forse è solo una metafora, ma mi piace crederci lo stesso.

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Pubblicato da Akio Takemoto Giovedì, 17 Dicembre 2009

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