Siamo abituati a compiere piccoli gesti quotidiani in maniera automatica. Come meccanismi che uccidono la nostra tensione vitale, ciò che facciamo andando al lavoro, a scuola o anche semplicemente a spasso, ci rende automi incapaci di riflettere sulle nostre stesse azioni. Basta guardarsi attorno, magari seduti ad un bar, musica nelle orecchie e attenzione rivolta unicamente ai movimenti affaccendati dei pedoni (ignorandone volutamente motivazioni e finalità), per rendersene conto.
E’ quello che mi è successo (involontariamente) ieri: scendendo dall’autobus (non il 27a, ma la circolare dei viali), con il nuovo album di Moby nell’ipod, come in un’epifania joyciana ho visto la quantità di biglietti appallottolati per terra vicino alla fermata e ho finalmente intuito la cieca automaticità con cui agiamo.
A differenza di quanto potrebbe apparire a prima vista, la maggior parte delle persone oblitera il biglietto. Tanti sono quelli che salgono, inseriscono l’euro nella vibrante macchinetta rossa, lasciano scorrere nel finestrino tre o quattro fermate e poi scendendo buttano via il titolo di viaggio appena usato.
Cosa c’è di sbagliato in questa sequenza? Semplice: il biglietto ha validità di un’ora. Per una corsa da 30 minuti, ad esempio, spendiamo inutilmente ben 50 centesimi in più del dovuto. C’è un modo molto semplice per risparmiare e offrire la possibilità anche a chi quel giorno è rimasto senza spiccioli in tasca di prendere il bus.
Prima di scendere, controllate se il biglietto è ancora valido e, appurato che alla fermata non c’è nessun controllore che vi aspetta per constatare se viaggiavate in regola, lasciatelo ben in vista su un sedile o chiedete a chi vi sta vicino se ne hanno bisogno. E’ quello che si potrebbe chiamare biglietto sociale: un giorno lo faccio io e magari quello successivo ne trovo uno sul sedile accanto.
Se tutti lo facessero, forse, la vita in città sarebbe un po’ più semplice per tutti; e se lo faccio io e lo fai anche tu, magari una terza persona vedendoci comincerebbe a farlo a sua volta, e così via.
Sia chiaro, su carta è una cosa illegale (”il titolo di viaggio è personale e non cedibile” recitano come un mantra tutte le compagnie di trasporti pubblici), ma nella pratica non c’è nulla di male: io sono dell’idea che se acquisto 60 minuti di viaggio, posso decidere di usarne 20 e regalare gli altri 40 a qualcuno, piuttosto che buttarli per terra una volta sceso dal mezzo. Smettiamola di accettare queste piccole violenze alla nostra libertà di decidere, queste piccole e naturalizzate imposizioni. Solo perché una regola è scritta in un lungo elenco dietro la nuca dell’autista, non vuol dire che sia giusta, come non è sempre vero che non è lecito rubare. Siamo solo stati abituati a pensare così e le compagnie di trasporti cercano solo di guadagnare il più possibile.
Riflettiamo sulle cose che facciamo, anche sui piccoli gesti quotidiani, e sono convinto che riusciremo a migliorare le cose…
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