Non c’è dubbio, i grandi dimenticati della storia moderna sono gli anarchici. “Non son l’1%, ma credetemi esistono” cantava il buon Léo Ferré (io, intanto, mi ascolto questo capolavoro del poeta).
Figure quasi mitologiche dalle gesta memorabili e dalle frasi ad effetto non trovano quasi mai posto nei testi di storia, anche se spesso la loro rabbia, il loro amore, ha avuto un peso importante nel corso degli eventi. Non chiedono molto, anzi non chiedono nulla di strano. Spesso tutto ciò che vogliono è una società dove “tutti si lavora” e dove non ci siano disparità ed ingiustizie; non mi sembrano richieste poi tanto strane… eppure la gente continua a storcere il naso al sentir pronunciare le parole anarchia (e infatti si dice anarchismo!!) ed anarchici.
Eppure io non me li dimentico i miei amici anarchici.
“C’è ben poco di vero. Sono figure romanticizzate: le frasi, le gesta, il pensiero… la realtà storica è ben diversa” mi vien da pensare talvolta. Poi, però, mi soffermo e sorrido. Gli anarchici son sempre stati dei sognatori: è questo che li rende speciali. Questo e la semplicità che gli è peculiare.
Non parlo dei Bakunin, dei Malatesta o dei Cafiero, ma di chi di parole ne aveva poche e si era semplicemente stufato di abbassare la testa. Parlo di persone come Sante Caserio.
Sante Caserio fu il fornaio italiano che nel 1894 pugnalò a morte il presidente francese Carnot. Sul perché lo fece, quale storia personale l’abbia portato a compiere quel gesto e cosa disse in quei momenti e sul patibolo non dirò nulla. Alla vostra curiosità il compito di guidarvi… come già detto, probabilmente ben poco coincide con la realtà.
Voglio lasciarvi con un’idea, un’ideale; soltanto una storia che ci dice molto sulle condizioni di vita dell’epoca e su cosa può arrivare a fare un uomo che vive ogni giorno sulla propria pelle ingiustizie e dolori.
Voglio lasciarvi con delle belle parole, quelle dell’interrogatorio, tratte da “Per quel sogno di un mondo nuovo” di Rino Gualtieri ed una bella canzone:
«Vostro padre fu malato?»
«No signore.»
«Voi appartenete ad un’onesta famiglia. Vostra madre, giudicando dalle sue lettere, è una donna di sentimenti elevati. Frequentavate la scuola, ma spesso mancavate.»
Sante sorride: «Se avessi avuto maggiore istruzione sarebbe stato meglio.»
«A dieci anni eravate garzone di calzolaio, facevate da angelo nelle processioni.»
«I ragazzi non sanno quello che fanno.»
«Voi avete atteso il Presidente per assassinarlo?»
«Sissignore.»
«Vediamo come siete arrivato a questo punto. Fu dopo il processo agli anarchici a Roma nel 1891 che siete diventato anarchico?»
«No.»
«Avete frequentato le conferenze dell’avvocato Gori?»
«Quando Gori venne a Milano io ero già anarchico.»
«Ma le seguiste, le conferenze?»
«Ci andavano tutti ed andai anch’io.»
«La vostra famiglia fece il possibile per togliervi dall’anarchia?»
«Voglio bene alla mia famiglia ma non può sottomettermi al suo volere. La mia famiglia è l’umanità.»
«A Milano facevate parte del gruppo cui apparteneva Ambrogio Mammoli?»
«Anche se lo conoscessi non lo direi, non sono un agente di polizia.»
«Nel 1892 foste arrestato mentre facevate propaganda anarchica fra i soldati in un quartiere detto di Porta Vittoria?»
«Sissignore.»
«Nel 1893 foste disertore?»
«La mia patria è il mondo intero.»
«Voi sapevate che il giorno in cui avete ucciso il Presidente era l’anniversario della battaglia di Solferino, nella quale i francesi sparsero il loro sangue in aiuto degli italiani?»
«Il 24 giugno so che è la festa di S. Giovanni, patrono del mio paese. E poi tutte le guerre sono guerre civili.»
«L’accusa sostiene che voi abbiate compiuto il delitto premeditatamente.»
«È vero.»
«Voi avete ucciso il Presidente perché siete anarchico?»
«Sì.»
«E come tale odiate tutti i capi di Stato?»
«Sì.»
«Una volta diceste pure che sareste andato in Italia ad uccidere il Re e il Papa.»
Sante sorride: «Il Re e il Papa non si possono ammazzare insieme, perché non sono mai insieme.»
«Un soldato vi intese dire in febbraio che sareste andato a Lione ad uccidere Carnot»
«Faccio rilevare che nel mese di febbraio non potevo dire che sarei andato a Lione per suicidare (testuale) Carnot, perché allora non si poteva sapere che il Presidente vi sarebbe andato.»
«Se la verità intera non si può sapere è però certo che dopo il rifiuto della grazia a Vaillant, Carnot ricevette lettere di minaccia dagli anarchici; che ne dite? Voi dovete avere dei capi.»
«Nessuno mi comandò, eseguii tutto da me solo.»
«Con quale diritto avete ucciso il Presidente, il diritto naturale lo proibisce, questo lo sapete?»
«Ho ucciso quell’uomo perché era un simbolo, il responsabile di quanto era accaduto giusto l’anno prima, il 24 giugno 1893 ad Aigues Mortes alle saline vicino a Nimes.»
«E l’ha ritenuto responsabile anche di non aver concesso la grazia a Vaillant?»
«Assolvere tutti senza nemmeno una condanna è stata un’infamia, è come se i miei connazionali fossero stati uccisi una seconda volta. Vaillant è un’altra questione.»
«Quando i capi di uno Stato condannano non è per capriccio ma vi fu prima un giudizio, voi invece vi siete fatto accusatore, giudice e carnefice nello stesso tempo.»
A questo punto Caserio stenta a capire e l’interprete gli fa capire ancora meno. Fra il pubblico si sente qualche moto d’ilarità.
Quando alla fine comprende: «Ora stiamo parlando del fatto e non voglio dire perché mi sono vendicato. E i governi che fanno uccidere milioni di individui?»
«Avete vent’anni, siete ben giovane per giudicare la società.»
«Se sono giovane per giudicare la società, lo sono anche i militari che vanno a farsi ammazzare. Sono dunque degli imbecilli?»
«Ma i militari difendono la loro patria.»
«Difendono invece gli interessi degli industriali e dei banchieri, quindi sono degli imbecilli.»




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