C’è della muffa, anche qui. Il telencefalo ed il diencefalo non devono essere perfettamente coibentati. Quell’arida decomposizione fallita che chiamo quasi con affetto “il mio cervello” ha smesso di funzionare.
Cerco con lo sguardo nervoso un volto comune per carpire il miserabile riflesso di un io che ha rinunciato ad immaginare, a pretendere ed a migliorare. La verità è che bisogna stare attenti a non voltare le spalle all’inafferrabile per rincantucciarsi in un angolo umidiccio. Meno di tre decadi e ci ritroviamo qui, ad odorare le nostre feci pensando che alla fin fine non sarebbe male poterla assaporare. Santa mattanza.
Il rumore del fallimento del XXI secolo lo potete ascoltare alla stazione. Binario uno, piazzale est. Il rollio di un ordine logico di trolley. Misura extra-small, velocità da deprivazione di sonno. Meccanica sinfonia monca di movimenti reiterati, sempre uguali. Non è possibile fermarli: in quel frangente di inesistenza ferroviaria fra un’identità asettica lavorativa ed un’identità asettica domestica cessano semplicemente di esistere. Nessuno può fermarli, nessuno può sconfiggerli. Sono già sconfitti. Quando c’è la neve neanche se ne accorgono, è per questo che ormai si sporca così in fretta: nessuno la guarda e la bellezza ha bisogno di essere nutrita… Un infante incapace di sussistere a se stesso.
Non ci sono reduci. Niente prigionieri. Come migranti senza memoria da un tempo che è stato qualcosa, ci limitiamo a scivolare placidamente su un post che non è mai stato un pre, né qualcosa in sé.
Ormai anche del settore primario rimane solo un’insipida grigliata di braciole e verdurine. Quindici euro a testa, vino della casa e caffè compresi. Solo se riuscite ad arrivare, ovviamente. E che se ne vadano a cagare tutti quelli che parlano di veri valori della vita, di contatto con la natura e di slow living. Niente e nessuno vi servirà la comprensione della vostra goffaggine e della vostra megalomania in versione aggiornata e senza limiti spazio-temporali. Non c’è rimasto niente di vero in quei tre grassi montanari nei sedili a fianco. Parlano in una lingua che stento a riconoscere e scoreggiano di continuo parlando di partite fra squadre dell’Appennino Tosco-Emiliano… Se questo è l’odore della vita vera, tenetevela pure.
Mio padre mi ha regalato un orologio. Me ne sono liberato, ma del tempo proprio no… Ho pensato, però, che fosse più simpatico misurarlo con delle canzoni, proprio come faceva Bruce Willis in quel film. Per attraversare il ponte di via Stalingrado impiego quasi tutta la durata di ‘Heroin’ dei Velvet Underground, a piedi; in bici, invece, arrivo al semaforo prima che finisca ‘Of information and belief’ dei June of ‘44. Da lì fino alla facoltà riesco giusto giusto ad infilare una ‘Filikudi’ ed una ‘Irata’, che un po’ di Pasolini non fa mai male. Se camminando mi dovesse capitare di cambiare fuso orario non avrei problemi.
Il cervello scricchiola e muore. Faccio un passo indietro, più all’interno. Mi accorgo che stavo guardando fuori da in mezzo a due sbarre d’acciaio scuro, di quelle che si immaginano alle finestre di vecchie carceri. Vecchie abitudini. Solo che questa volta le sbarre sono quelle del ponte sopra i binari e così è tutto ancor più orribile.
Entro e timbro il mio cartellino. Obliterato, fagocitato. Il nulla per un altro quarto d’ora.
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grazie cara, era tanto tempo che aspettavo che qualcuno si accorgesse che sono pazzo e la finisse una buona volta di prendermi sul serio
tu sei fuori come una cannuccia..ma io ti adoro per questo