Per chi ama la fotografia e la grafica, Flickr è uno strumento preziosissimo. Navigando nelle discussioni dei vari gruppi si possono apprendere un’incredibile quantità di nozioni utili a migliorare e prevenire probabili errori. Il vero valore aggiunto, però, è quello degli stream dei fotografi più bravi; molti fra questi sono fotografi professionisti, che mettendo in rete i propri lavori, danno spesso la possibilità a chi non può di farsi un vero e proprio tour in queste mostre virtuali.
Uno di questi è Piero Marsili Libelli (qui il suo sito internet ufficiale). Il suo stream di Flickr è ricchissimo e costantemente aggiornato, ed ogni sua foto ti costringe davanti allo schermo in un continuum di emozioni dallo stupore alla fascinazione.

CrossingTV lo ha intervistato per voi:
La prima cosa che mi viene in mente guardando il tuo stream su Flickr è come ogni singola foto riesca a raccontare storie e persone. Da dove trai l’ispirazione per i tuoi scatti?
Tutto quello che ho visto, tutte le persone che ho incontrato e tutti i luoghi che ho visitato hanno fatto di me quello che oggi sono. Non esiste una singola ispirazione. Tutto quello che vivi contribuisce al tuo bagaglio. Ieri avevo dei modelli, oggi sono.

Un’altra cosa che non si può non notare subito è che viaggi molto. Cosa ti piace raccontare attraverso la macchina fotografica dei mondi che incontri?
Quando parto per intraprendere un viaggio, solitamente, so già cosa voglio raccontare. Gran parte della “scuola” l’ho fatta da fotogiornalista e questo ha innanzitutto significato imparare a raccontare le minoranze. Quello che interessa raccontare è la parte del mondo, dei luoghi, della gente, che solitamente non si conosce, di cui normalmente non si parla o, in molti casi, non si vuole parlare.
C’è poi, però, anche un altro aspetto del viaggio. Anche se si parte con un progetto e una destinazione, sempre, durante il percorso, un fotografo incontra persone e scopre situazioni inaspettate, impreviste, ma ugualmente interessanti. Davanti a questo non ci si tira mai indietro, anzi, da una scoperta, da una sorpresa, nascono altri reportage e si arricchisce un archivio, al punto che, se eri partito con l’idea di portare a casa un lavoro, poi, finisci per portartene quattro.

Guardando i tuoi lavori si percepisce una strana atmosfera che sconfina spesso nel surreale, ma che al contempo è brutalmente legata al quotidiano. Cosa ti spinge a far questo tipo di fotografia?
Intanto ogni fotografo ha, durante tutto il suo percorso professionale e artistico, una evoluzione, in cui si pone come obiettivo la ricerca del proprio stile. Ciò vale ancor di più se lo si fa come free-lance, perché in quel caso diventa anche necessario distinguersi. Quindi, se all’inizio, ad esempio, ci si cimenta in foto di strada, poi, inevitabilmente nasce il bisogno di trovare una propria forma per esprimere la propria idea. Questo avviene per modelli, per esperienze, ma poi sfocia in qualcosa di profondamente personale e unico. La fotografia, lo scatto, diviene un’opera unica e personale, quasi identitaria. Io sono stato, ad esempio, molto influenzato dal teatro d’avanguardia degli anni ottanta, in cui i luoghi, le atmosfere e i contenuti erano molto surreali, perché in quegli anni si stava operando un profondo e netto distacco dal teatro classico, una vera e propria rivoluzione culturale. Quello che infatti ne è scaturito nella mia esperienza di fotografia è stato l’atto di comporre la mia idea di provocazione, di critica, quasi di rivoluzione in alcuni casi.

Ora la domanda immancabile: analogico o digitale?
Ieri analogico. Oggi digitale.
Come hai cominciato?
Dopo aver visto Blow Up di Michelangelo Antonioni, sono uscito dal cinema con la convinzione che quella del protagonista fosse la professione che più mi avrebbe appartenuto. Ho capito cioè che avrei voluto fare il fotografo. Ma è stato quando sono venuto in possesso, per una incredibile coincidenza, di una macchina fotografica, che ho iniziato davvero a interessarmene. All’inizio, con grande curiosità, acquistavo le riviste specializzate per apprendere la tecnica, ma mi sono anche proposto, con una dose di coraggio e sfacciataggine, alle testate giornalistiche. Ho iniziato in questo modo a lavorare per il Corriere della Sera, come fotografo di cronaca. Da lì, poi, mi sono trasferito a Roma, ho iniziato una lunga collaborazione con L’Espresso ed è iniziata la lunga serie di esperienze, tutte molto diverse, tutte costruttive.
Un consiglio ad un giovane che vuole intraprendere il tuo percorso?
Si potrebbero dare tanti consigli, infiniti. Il percorso di ogni fotografo è unico. Ciò che veramente conta, in un lavoro così difficile e complesso è la passione. Questo è un mestiere che bisogna amare come si amerebbe una donna, è una necessità prima ancora che una professione.

L’uso delle foto è stato gentilmente concesso da Piero Marsili Libelli, che ringrazio per la disponibilità e le belle parole.




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