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Gli italians di Giancarlo Rado

La prima volta che mi sono imbattuto nel photostream di Giancarlo Rado ho subito pensato che mi sarebbe piaciuto scambiare due chiacchiere con lui. Chiunque si celasse dietro quei ritratti semplici, diretti e al contempo pieni di storie da raccontare, non poteva che essere una persona speciale.

Italians’, il suo portfolio più interessante, è la paziente testimonianza di volti e luoghi che appaiono lontani nel tempo e nello spazio; una quotidianità che, pur essendo proprio quella contemporanea, spesso ci sfugge per abitudine, per distrazione o per una reale distanza da quella vita di montagna su cui si basa prevalentemente il lavoro di Rado.

Italians

Ci spieghi come nasce il progetto ‘Italians’ e perché?

Il lavoro ‘Italians’ nasce come continuazione di ‘Un giorno lungo un anno’, un racconto sulla vita del pastore nel XXI secolo, sul come vive, dove va, quali sono le sue aspettative, ma in definitiva è un lavoro sull’uomo che oggi, come nel passato, è alla continua ricerca di un luogo dove vivere e sistemarsi. La rivista Meridiani Montagne ha dedicato un lungo articolo a questo argomento e chi è interessato lo può trovare nel numero di novembre 2009. Chi leggerà i tre brevi racconti e guarderà le fotografie che accompagnano il mio scritto si renderà conto che esiste un cosmo dietro l’angolo. Raccontare questa Italia, dalle montagne del Trentino, fin giù nella pianura veneta e friulana fino al mare, è come ripercorrere un’odissea trasfigurata e dar vita a miti e leggende che popolano la nostra fantasia di adulti che non hanno mai abbandonato la dimensione dell’infanzia.

Guardando ‘Italians’ mi viene da pensare che i tuoi soggetti “abitino” da così tanti anni il loro posto di lavoro da averlo trasformato in una seconda casa, se non anche in qualcosa di più. Come riesci ad avvicinarti così intimamente a queste persone?

Ritrarre le persone nel luogo dove lavorano o abitano è stata una scelta precisa. I ritratti ambientati sono molto suggestivi, il luogo dove campano è in un certo senso una proiezione inconscia di quello che essi sono, e chi sa leggere può individuare tanti elementi narrativi nella luce, negli oggetti, nella postura. Entrare nelle case delle persone richiede poi accorgimenti, tatto, e presuppone che essi sappiano perché sono fotografati. Ecco allora l’importanza del saper parlare con semplicità ed in un certo senso con spirito di carità. La sessione fotografica poi è molto semplice: si individua l’inquadratura, si monta la macchina, si misura la luce, si mette a fuoco e si scatta. Esiste un tempo ottimale per fare questo, passato il quale la concentrazione scade e non riesci più a cogliere quel momento che svela la persona.

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Sei anche musicista ed insegnante, giusto? Queste due attività hanno in qualche modo un’influenza sulla tua fotografia?

Ho sempre pensato che per essere buoni musicisti sia importante saper raccontare, per essere buoni insegnanti ti devi immedesimare. Racconto ed immedesimazione sono componenti fondamentali della fotografia che voglia avere un respiro. Io ho scelto di raccontare delle storie e di svilupparle nel tempo secondo delle linee narrative che un po’ alla volta ho fissato. Questo modo di procedere per temi assomiglia all’attività del compositore, dello scrittore. Mi piace ricordare come Thomas Mann abbia scritto ‘La montagna incantata’ in quattordici anni, Stendhal invece cinquantasei giorni per la sua ‘Certosa di Parma’;  Richard Avedon abbia concepito, realizzato e pubblicato ‘In the american West’ in sei anni, mentre Robert Frank abbia impiegato nove mesi per il suo ‘The Americans’.

Voglio un po’ provocarti. Ci sono tanti italiani, che potremmo definire “new italians”, che hanno dei tratti somatici un po’ differenti dai tuoi soliti soggetti. Mi riferisco ovviamente ad immigrati (anche se non mi piace molto questo termine) e figli di immigrati, che spesso vengono sfruttati sul posto di lavoro, ma che a volte riescono anche ad avviare un’attività in proprio. Provo ad immaginare un tuo scatto con uno di questi nuovi italiani, il volto triste o estremamente allegro… Quando ci farai vedere qualche bella foto con un “pizzaiolo egiziano” come quello sotto casa mia?

I new Italians occupano una piccola parte del mio lavoro, ad alcuni di essi sono molto affezionato per la storia che i protagonisti mi hanno raccontato; il medico di base pakistano amato dai suoi pazienti che nei casi più difficili visita a domicilio; oppure le badanti ucraine che accanto alla panchina dei giardini pubblici mi hanno raccontato della famiglia lasciata a casa, l’operaia di Santo Domingo addetta alla sbavatura di componentistica per auto che non riusciva a stare seria davanti all’obiettivo, oppure il pastore rumeno fasciato dalla luce del tramonto nelle malghe dei Lagorai.

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Scatti in analogico solo in formato quadrato (6×6), perché?

Si scatta in medio formato perché è più facile comporre sia in senso verticale che orizzontale, è richiesta poi nello scattare una certa lentezza che crea familiarità ed accorcia le distanze. Vi sono poi altri motivi: la qualità dell’immagine è ottima, le gradazioni sono rese meglio. Vi è però l’idea di fondo che tu usi strumenti che hanno fatto la storia della fotografia, e che tu sei un anello di una lunga catena. Questo fatto di non sentirsi soli aiuta a non perdersi, a chiedersi come altri con la stessa macchina hanno risolto i problemi che continuamente ti poni. Talvolta mi domando cosa dicesse August Sander ai suoi soggetti, di che argomenti parlava; oppure cosa chiedesse David Goldblatt ai neri dell’apartheid di Soweto quando li convocava per le sedute fotografiche. Ecco, con una Hasselblad (fotocamera medio formato, ndr) del 1968 è possibile ricostruire storie che sanno di fotografia, di umanità e di gusto del quotidiano.

Come hai cominciato a fotografare e quando è diventata una professione?

Preciso che non sono un professionista; ho cominciato a scattare intenzionalmente quanto ho deciso di raccontare una storia. Allora ho pianificato un lavoro, lo ho diviso in capitoli, ho immaginato le inquadrature, ho parlato coi protagonisti e li ho sentiti pronti a collaborare con me.

Un consiglio ad un giovane che vuole intraprendere il tuo stesso percorso?

Consiglierei di fare contemporaneamente le seguenti cose:

  1. Individuare tra i tanti scatti un genere fotografico che senti più confacente a te stesso e perseguirlo con tenacia.
  2. Cercare di parlare in prima persona, chi vede i tuoi scatti, il tuo lavoro in un certo senso ti deve riconoscere come portavoce, interprete delle cose di cui parli. Ci sono fotografi giovani straordinari che mi emozionano perché parlano del loro mondo, di come vivono la quotidianità, dei loro amori ed amicizie, del vivere normale, insomma.
  3. Così come il musicista conosce la storia della musica e lo scrittore la storia della letteratura, il fotografo deve conoscere i fotografi che lo hanno preceduto, riconoscere gli stili, cosa li ha mossi, come campavano, chi li ha ispirati. La descrizione delle varie scuole e la loro comprensione profonda ti aiuta a trovare una giusta chiave di lettura del tuo lavoro e a non smarrire mai il gusto di compararti e misurarti. Ci sono ottimi manuali di storia della fotografia disponibili nelle librerie ed on line, comprarseli e studiarli a fondo.
  4. Partecipare alle letture portfolio che si svolgono in Italia organizzate dalla FIAF, una palestra straordinaria per confronti, critiche e per sapersi misurare.

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L’uso delle foto è stato gentilmente concesso da Giancarlo Rado, che ringrazio per la disponibilità e le belle parole.

Pubblicato da Akio Takemoto Giovedì, 28 Gennaio 2010

Commenti:

  1. 2

    Non so se sei il “Giancarlo”vacanziere-cadorino in una Grea remota ma ti giunga il mio “bravo”incondizionato..
    Neve

  2. 1

    Complimenti prof! Sempre più in alto…

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