David Ellis, che scoperta.
Chi apprezza i lavori di Blu (e simili), rimarrà sicuramente colpito anche da lui… Non per nulla la sua conoscenza l’ho fatta grazie alla recente collaborazione con l’artista bolognese, che posto qui sotto (ovviamente un altro lavoro eccezionale).
Sul suo sito c’è una breve biografia che insiste molto sul suo rapporto con la musica: “Ellis è nato in una famiglia immersa nella musica”, si legge nelle primissime righe. Il legame, in effetti, è evidente. Come un musicista jazz Ellis improvvisa e intreccia, fa la voce grossa e assottiglia la pennellata.
Ma c’è una conseguenza a questo modo di lavorare (mi riferisco soprattutto al secondo video e al lavoro con Blu), che personalmente mi affascina più di tutto il resto. Esattamente come una jam session, i lavori di Ellis si esauriscono nel momento stesso in cui vengono eseguiti. Certo, ne rimangono i video e le foto (come delle jam session ne rimangono le registrazioni audio), ma l’atto in sè non è finalizzato ad un prodotto unico, invariabile, che verrà poi chiuso in un museo.
Il suo è un atto fortemente dadaista: l’arte fuori dei musei, grazie alla distruzione dei lavori stessi e alla riproducibilità. Se per i dadaisti l’opera d’arte non era l’oggetto in sè, ma il concetto, per Ellis lo è il sentimento (e la musica) che guida la sua mano.
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