Un tempo al regista era imposto un rapporto di ripresa, ovvero quello tra la quantità di pellicola utilizzata nelle riprese di un film e la lunghezza finale del film stesso consegnato alla distribuzione. Jerzy Skolimowski, ad esempio, girava con un rapporto di 4:1, su ogni metro di pellicola utilizzata nel prodotto finale ne aveva scartati solo tre (27 mm da 35 mm = 1 minuto). Ora, io non so quale sia stato l’impatto dell’avvento del digitale (anche per coloro che girano ancora in pellicola), ma una cosa è certa: ultimamente al cinema vedo film sempre più inutilmente lunghi. È questo il caso di ‘Venere nera’ di Kechiche.
Non ho visto il suo precedente lavoro, ‘Cous cous’, ma il commento di molti è stato: «lento». Bene: ‘Venere nera’ non è lento, è reiterato, esattamente come lo è il suono della parola ottentotta. Ma per leggere la parola «ottentotta» ci si mette due secondi, per vedere questa pellicola ci vogliono 2 ore e 40 minuti. Un’oretta buona, è di troppo.
La storia è bella, molto bella, tanto da essere vera. Saartjes Baartman è una statua in un’aula parigina di inizio ottocento. Gli occhi chiusi. Attorno a lei uomini di scienza, freddi, calcolatori. Tutto è permesso in nome della ratio. Uno splendido (a scanso di equivoci: sono ironico) modus operandi segno di uno zeitgeist, che ha visto la sua somma realizzazione nel nazismo, e che ancora ci contraddistingue. Loro (gli uomin idi scienza) parlano di pollici e linee, scimmie e crani ottentotti, sederi ed egiziani, vagine e «negri». Il tutto, ci fa intuire il regista tunisino, per tranquillizzare la platea di illustri francesi che no, grazie a dio, non abbiamo nulla a che fare con ’sti bingo bongo che stiamo colonizzando. Ma questa è solo la fine da cui ha inizio il film: quello che succede prima è ancor più disgustoso.
E l’autore non ci risparmia nulla: sedotta con la promessa di diventare un’artista in Europa, Saartjies Baartman viene sfruttata in orrendi spettacoli freak. Umiliata, toccata, cavalcata, affitata e chi più ne ha più ne metta. Schiacciato sempre di più sulla calda (troppo) poltroncina rossa della sala, ho visto scorrere davanti ai miei occhi le stesse scene, arricchite sempre di più da soggettive impersonali, una dopo l’altra, senza pausa, incalzanti. Nausea, rabbia, senso di impotenza. Troppo. Già, perché un bravo regista sa dosare gli ingredienti.
Per quel che mi riguarda, nonostante sia d’accordo con l’ambizioso progetto di Kechiche di annichilire lo spettatore, a metà del film ho smesso di provare emozioni. Saartjies ora si esibisce nei salotti dei nobili parigini invece che in sporchi teatrini nei bassifondi? Eh, vabbè, tanto a la solfa è sempre la stessa… Sol fa, fa sol. Saartjies ora si deve prostituire e si ammala? Meno male, vuol dire che il film è quasi finito… Saartjies è morta e il suo cadavere viene venduto al Musée de l’Homme di Parigi? I suoi genitali «bizzarri» messi in un vasetto sotto formaldeide? Un momento: ma questo non lo avevamo già visto all’inizio!?
Insomma, io lo sconsiglio, seppur girato bene e con bravi attori, ma se avete ancora voglia di andare a vedere questo film: o converrete con me che la parte centrale del film è del tutto superflua, oppure no; ma in tal caso sappiate che indirettamente è come se diceste che sono uno stronzo insensibile (cosa che in fondo fa anche piacere sentirsi dire).
Voto 4/10
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‘13 assassini’ di Takashi Miike
Il nuovo turco che ha scritto questo articolo è Akio Takemoto.
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meno male che era gratis allora