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Migrazioni alleniane: Midnight in Paris

Già da qualche tempo il cinema di Woody Allen conosce una sorta di pulsione migratoria. Alcuni cenni di questo movimento si riscontrano ovviamente già a partire da Everyone says I love you (1996), che però rimaneva ancora emozionalmente bipartito fra Manhattan e l’Europa, indeciso proprio come chi nel film cantava I’m through with love, per poi arrendersi subitamente alla passione amorosa.

Ora, questo Midnight in Paris arriva dopo una certa continuità londinese e, andando indietro, una parentesi catalana (Vicky Cristina Barcelona, 2008) ma soprattutto un ritorno newyorkese deludentissimo quale Whatever Works (2009) - che forse essendo un vecchio soggetto rimaneggiato sapeva proprio di stantio.

Contrariamente a Manhattan allora, Londra sembrava da tempo offrire uno scenario fruttuoso per Allen almeno per l’acclamato Crimes and Misdeamors, pardon, Match Point. Eppure, come dimostrava eloquentemente qualche mese fa You Will Meet a Tall Dark Stranger, il punto non era tanto servirsi dell’ambiente londinese, quanto praticare una rigorosa riduzione teatrale della mise en scène. Lungi dall’interessarsi, come sapeva fare con arte mirabile, alle interazioni fra i personaggi e lo spazio che li circonda (spazio sociale ma anche architettonico, basta prendere Hannah and her sisters: l’atelier, la libreria, o ancor meglio il giro in automobile a guardare i palazzi prediletti) Allen sembrava propenso a tematizzare l’ossatura teatrale e dialogica dei suoi soggetti.

Insomma, Londra nell’ultimo Allen non era come la Manhattan dell’omonimo opus (un luogo pulsante e irrorato di vite) ma palcoscenico puro. Del resto tale ambizione si esprimeva compiutamente nella scelta di adottare, a mo’ di citazione in esergo, i versi del Bardo (dal Macbeth«[life] is a tale told by an idiot, full of sound and fury, signifying nothing ». Il prestito risuona come una dichiarazione d’intenti: non curarsi del particolare (l’ambiente: Londra è in questo senso u-topos) per raggiungere il grande interrogativo (la tentazione bergmaniana è sempre dietro l’angolo).

Ma Parigi allora? In molti, ancor prima di vederlo, hanno tacciato il film di « cartolinesco ». Forse non avevano torto. Ma la cartolina che Allen consegna non è così fuori luogo. In fondo, è come se cercasse di aderire al complesso percettivo dei suoi personaggi più antipatici – Inez (Rachel McAdams) e i suoi genitori – che cenano al Meurice, mentre il povero Gil (Owen Wilson) vorrebbe fare la vie de Bohème.

Ma ciò che stupisce non è tanto questo - poiché in fondo Allen ha sempre saputo lavorare sugli stereotipi - piuttosto lascia un poco sorpresi quanto avviene nel rivolgimento temporale che dà il titolo al film.

Dunque il nostro Gil, scrittore di sceneggiature ma aspirante romanziere, cercando una Parigi più vera, si imbatte durante una passeggiata notturna in uno strano fenomeno. A mezzanotte viene infatti raccolto da una vettura che lo trasporta in una lussuosa magione (si scoprirà poi essere dimora di Jean Cocteau). Là inizia il turbine di incontri: Zelda e Scott Fitzgerald, Cole Porter, Ernest Hemingway, chi più chi meno macchiettistico (il Dalì di Adrien Brody è ad esempio penoso). Il nostro non tarderà infine a frequentare la casa di Gertrude Stein (ove incontra anche Picasso).

Ovviamente (è pure sempre un film di Woody Allen) alla passione intellettuale non può che corrispondere una carnale. Cherchez la femme, insomma: ecco spuntare Adrienne (Marion Cotillard), già amante di Modigliani e attuale fiamma di Picasso.

I due si invaghiscono. Gil ne avrà la conferma una volta tornato al suo tempo, quando potrà leggere le memorie dell’amata, scovate da un bouquiniste. Il problema però è che anche lei vagheggia di un passato (ancor più) remoto (il décalage temporale rende la belle epoque la sistemazione più appetibile per lei): un passato in cui i pittori erano migliori (sì ma migliori di chi? Di Matisse e Braque, ad esempio).

I due si ritrovano inscatolati in un’altra epoca: dalla mezzanotte degli anni Venti alla mezzanotte di tardo Ottocento. In questa vertigine il nostro Gil si rende conto della impossibilità di vivere in un mondo nel quale « quando si va dal dentista non si trova la novocaina », oppure non esistono gli antibiotici. Illuminazione tragica ben camuffata sotto le spoglie di un timore quotidiano (uno dei momenti migliori del film): il passato è invivibile.

Una volta tornato al presente però (e definitivamente) Gil è deciso: cambierà tutto. Il passato infatti sarà anche poco confortevole, invivibile appunto, ma non è inattingibile. La soluzione è racchiusa nello sguardo dolce della parigina Gabrielle (Léa Seydoux) che, fra le altre cose, commercia in cimeli del passato (i dischi di Cole Porter).

Midnight in Paris si chiude con un cenno di romantica speranza dunque, contrariamente a quanto avveniva coi beffardi epiloghi del « periodo londinese ». Soluzione conciliante, forse anche questa un po’ « cartolinesca »: a Parigi si trova l’amore, non certo sulle spiagge di Malibu che agognava la fidanzatina antipatica.

Ma non tutto è da buttare. Si osservi con attenzione il finale, quando Gil incontra il suo amore nel presente. Scambio di convenevoli, Gil le comunica la volontà di restare a Parigi. A un tratto inizia a piovere. Entrambi dicono di apprezzare Parigi quando piove - frammenti di un discorso amoroso un poco stucchevole. Ma quando piove in scena, diluvia: grosse gocce d’acqua inzuppano gli indumenti dei due. Mai visto un acquazzone più platealmente fasullo. Per dirla con Minnelli, insomma, the world is a stage. E allora in questo finale, con la pioggia così finta (e così poco parigina), un poco l’idillio si incrina e gli alleniani ritrovano il regista più sornione e (un tantino meno) accomodante. Forse, il pensiero si insinua, un amore così è possibile solo al cinema – e non a Parigi.

Il nuovo turco che ha scritto questo articolo è Enrico Camporesi.

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Pubblicato da I Nuovi Turchi Giovedì, 7 Luglio 2011

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