Case di gesso.
Ennesima prova di cinema italiano che si sforza d’essere d’autore, gli esiti sono come al solito discutibili.
Piero (Raoul Bova) è bello. Vive in una casa abusiva, condonata, costruita da suo padre; una tra le tante su una fila a perdita d’occhio e a pochi passi per bagnare i piedi nel mare, a Roma, provincia. Piero è scapolo e frustrato, timido e patetico, non un uomo da conquiste, ma un animo dominabile come quello di un poliziotto della municipale. Guida una vecchia Punto, infatti, bianca con la scritta blu: “polizia municipale”. Gira in casa con la tuta perché sta comodo, e quando suo fratello Claudio (Elio Germano), con famiglia, moglie e figli a seguito, va al pranzo della domenica da lui, gli chiede cosa faccia ancora in pigiama a mezzogiorno.
Lui a mezzogiorno si è preparato per mezzogiorno. A mezza vita e a mezza voglia di vivere, ha qualche sentore di tutto questo, ma non lo sa coscientemente. Gli è successo di aiutare finanziariamente Claudio in occasione di un investimento fallito nel subappalto edilizio di una palazzina di periferia, impresa in cui Claudio si è buttato a seguito della morte di parto di sua moglie.
Chi preferite? Soltanto un regista italiano di questi tempi sceglierebbe di approfondire e realizzare la storia lapalissianamente drammaticissima di Claudio. E riuscendo addirittura a strizzarne fuori un lieto fine.
‘La nostra vita’, così, sacrifica il cinema in funzione di una idea di film che vorrebbe celebrarsi engagé, ma nello spazio disinfettato di un costruitissimo e fittizio cinema-verité. E nemmeno due francesismi bastano per meritare il premio come migliore attore protagonista a Cannes: Elio Germano dà certamente una buona prova, ma altrettanto senza dubbio soffre un minimo anch’egli di quell’epidemia manieristica che ha colpito tutta la nuova generazione di attori italiani. Il difetto di Germano risiede quindi nella sua sovraeccitazione patologica invasiva di troppe scene, sebbene eviti d’essere asmatico come un Accorsi o macchiettistico come un cine-panettone (che purtroppo di questi tempi fa sempre più rima, ad esempio, con Verdone). Bova, paradossalmente, è la figura che colpisce di più nel film e, se ha un merito Luchetti, questo è proprio quello d’essere riuscito a dare un carattere ai personaggi di contorno, o almeno alla maggioranza di loro.
La storia, invece, naufraga in spasmi drammatici e vuote citazioni di cronaca televisiva, con una m.d.p. a spalla che non si capisce se voglia strizzare l’occhio a Gomorra di Garrone o ai filmini di famiglia. Ma il regista di ‘Dillo con parole mie’ non è credibile nella veste stilistica di un escursionista della periferia romana contemporanea. Non c’è invenzione, non c’è specificità d’autore, rielaborazione personale dei drammi quotidiani, ma soprattutto, peccato originario della commedia all’italiana oggi diffusissimo, la pellicola cerca di tenere assieme, in un ritratto narrativo in questo caso pure debole, tutte le figure sociali della realtà quotidiana italiana prescelta. Dal borghese tamarro allo spacciatore, dalla prostituta di colore alla badante, dal rumeno operaio morto al rumeno operaio vivo, dal poliziotto al palazzinaro, le case abusive finite, quelle da costruire, il lavoro in nero e quello col casco giallo.
L’amore per il formicaio della vita degenera in una caccia allo stereotipo che, si badi bene, emerge proprio dal voler essere esaustivi nell’elenco. Non abbiamo a che fare con un collage, ma con il libro degli animali della fattoria.
Oltretutto, si presenta una morale davvero intollerabile: il bene e il male sarebbero irriconoscibili e dal confine incerto. L’unico assoluto è il doloroso amore per la vita che si traduce, in realtà, in un immobile amore per la famiglia. C’è qualcosa che non va. E non è solo il prezzo del biglietto.
Voto: 4/10
Consigliati per il prossimo weekend:
- ‘Una canzone per te’ di Herbert Simone Paragnani (per rendersi conto dello stato delle cose)
- ‘Humpday - Un mercoledì da sballo’ di Lynn Shelton (perché si spera non sia brutto, dato che “riflette sull’omofobia”)
Il nuovo turco che ha scritto questo articolo è Enrico Turci.
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Ehm… scusate per lo 0/10 che correggo subito, mea culpa.
Per quanto riguarda il film, non credo che dopo il trailer (un disastro per il genere) andrò a vederlo, quindi non mi esprimo; una provocazione, però, la lancio… ma nel cinema italiano devono per forza urlare tutti?
ehi enrico! grazie a te della chiacchierata..
lo zero mi sembrava proprio strano: altro che stroncatura, non pervenuto!
a parte questo, penso che tu abbia ragione quando parli della volontà di colpire ogni target, penso si tratti anche di una scelta “commerciale” per un prodotto che deve essere venduto…
baci baci
detto questo: signori, io ho adorato la nostra vitaaaa!!!!!!!
ah, sottolineo, per stereotipo intendo specificatamente, come già scritto, non i singoli personaggi ma la pretesa di voler essere esaustivi aumentando il numero e non approfondendo i sufficienti. Forse questa scelta, tipica in molto cinema italiano odierno è anche dettata dalla volontà di colpire ogni target, permettere a un pubblico vasto e differenziato di immedesimarsi in qualcuno del film. ciao ciao
ciao, in realtà il mio voto è 4/10 ma giustamente me l’ha pubblicato con 0 perché non ce l’avevo scritto, dovevo consegnarglielo da un pezzo ad Akio e non ho avuto nemmeno tempo di metterci quella virgola in più che serve da qualche parte.
La mia critica sul “tenere assieme” tipico di registi come Ozpetek, Giordana, Luchetti non intende dire che il film sia inverosimile, bensì che non abbiamo bisogno di stereotipi ora come ora. Fare cinema non può essere sempre innocente, o meglio, può esserlo, ma la critica cinematografica non può considerarlo innocente. Eminenti studiosi ritengono la nostra vita (non il film) essenzialmente costellata di persone-stereotipo, almeno in questa fase della modernità. Non ci si può conformare così tanto alla realtà. È proprio l’opposto di ciò che hai inteso tu, sono felice che mi abbia dato la possibilità di chiarire.
ehehehe… accidenti! ti ha proprio fatto schifo, eh?! zero su dieci, in pratica non è nemmeno un film! :)) talmente orribile che diventa perfino “colpevole” dei costi del cinema che non dipendono ovviamente da La Nostra Vita! ma tu quanto hai pagato? Io modici 4,50 euro in Via Fondazza, più che onesto, direi…
In pratica, vedendo dal di fuori La Nostra Vita forse potrei essere d’accordo con te. Il punto è che poi in sala i miei sensi se ne sono fregati della banalità sulla carta di questa storia…
a parte questo, inizio col dirti che emotivamente per me è stata una bomba… ma come spesso accade quando si ha a che fare con i sentimenti, non so dire esattamente chi cosa perchè, so semplicemente che ho pianto tanto e che mi ha invasa una tristezza profondissima. Così, se consideriamo gli indicatori emotivi come segno di successo, Lucchetti ha colpito nel segno, nel mio caso. Personalmente ho trovato il personaggio interpretato da Raul Bova come il più trascurabile, si vede che Raul, a furia di recitare per Moccia, ha dimenticato come si fa a recitare. Tuttavia, pensando a Piero mi rimane un forte senso di mediocrità, ma visto che l’immagine che si vuole trasmettere è proprio questa, secondo centro per Lucchetti.
Riguardo il “collage” del quale parli, hai probabilmente ragione, ma d’altra parte questo è il cinema, secondo me; non un documentario che racconta una-storia-una e la approfondisce e sviscera in maniera completa ed esaustiva, ma un film nel quale si può giocare sui luoghi comuni, sugli stereotipi e sul lieto fine. Ti dò ragione, tutto questo accade, la differenza è che a me non è dispiaciuto affatto… perchè, al cinema tutto è possibile, tutto è gioco. Secondo te non possono stare insieme, “Dal borghese tamarro allo spacciatore, dalla prostituta di colore alla badante, dal rumeno operaio morto al rumeno operaio vivo, dal poliziotto al palazzinaro, le case abusive finite, quelle da costruire, il lavoro in nero e quello col casco giallo”? Nella vita reale non ne ho la minima idea perchè non conosco nessuno che assomigli ad uno di questi personaggi. Ma questo, lo ripeto, è cinema ed è finzione, io non mi soffermeri troppo sul pensiero “non è possibile, è irreale”. Come ti anticipavo più sopra, il mio modo di vivere il cinema è questo: difficilmente guardo trailer o leggo sinossi. Scelgo semplicemente un film ed esco di casa. Quando le luci in sala si spengono, spengo la ragione-ragionevolezza e mi faccio trasportare lasciando da parte qualsiasi pregiudizio (per darti un’idea, ho visto perfino l’ultimo di Moccia, al cinema, come dire che l’opportunità di stupirmi non la nego a nessuno). Poi certe volte la magia si compie, altre assolutamente no. Ma vivo il cinema in maniera quasi esclusivamente viscerale ed emotiva. Probabilmente tu non ti sei goduto La Nostra Vita perchè eri scettico in partenza; la tua recensione, ragionevolemente parlando, non fa una piega. Ma non ci leggo la dimensione dei sensi, mentre io credo che con il cinema si compia di volta in volta un “primo appuntamento”. Ti piace/ non ti piace; ti emoziona/ ti lascia indifferente; ti fa morire dalle risate/ ti fa sorridere; ti apre un mondo/ te ne chiude un altro. La bellezza, secondo me, sta nel fatto che a prescindere da quello che sentirai, non sai mai dartene una ragione. Capita o non capita, ma pensare a come sarebbe dovuto essere significa solo girare un altro film….
Fermo restando, è ovvio, che fortunatamente non tutti ci emozioniamo allo stesso modo di fronte alle stesse cose