Lo ammetto. Sono andato a vedere ‘Benvenuti al sud’ solo perché era continuamente pubblicizzato in loop negli schermi della stazione ferroviaria di Bologna. Un mini-trailer dove non si capisce una parola, quindi nemmeno una battuta. Un mini-trailer, che non fa ridere, che promuove un film da ridere. Si vede un Bisio che gesticola, qualche verso schiamazzato, la parola “sud” che ritorna. Il titolo, ‘Benvenuti al sud’, che, a non sapere che si tratta di un remake di ‘Giù al nord’, parrebbe la solita italiota svaccata commedia dello stereotipo. Cosa che ho pensato comunque, dato che già in ‘Giù al Nord’ il filo conduttore era una bonaria e buonista presa in giro dei costumi differenti della Francia della manica contro la Francia al sole del Mediterraneo. Ho pensato: se ‘Giù al Nord’ non è un brutto film, dato che riesce a tenere in equilibrio il tema centrale dello stereotipo con lo stile caricaturale del racconto, perché qui in Italia (dove la situazione dei film nostrani in sala è a dir poco imbarazzante) non si sarebbe potuto rovinare questo equilibrio?

Allora la mia fame di stroncature mi ha condotto a passo d’omicida verso la sala di proiezione della pellicola di Luca Miniero. E le mie certezze sono cadute. ‘Benvenuti al Sud’ non è soltanto un film di cui c’era bisogno in Italia, ma è anche un bellissimo film. Certo. Per essere una commedia esplicitamente basata sullo stereotipo, è un bellissimo film. Anzi, è meglio dell’originale francese. Ce n’era bisogno, fondamentalmente perché si tratta di un remake. Fare un remake significa ammettere davanti al mondo che ci metteremo a confronto col nostro predecessore. Significa entrare su un palcoscenico più grande. Non è come lo scimmiottamento di tanta fiction americana o come la povera emulazione dei film d’azione, sempre hollywoodiani. Non è una forma di colonialismo culturale il remake. È una sfida o tutt’al più una furbata, e non ci sarebbe niente di male anche se fosse; ammesso che sia fatta con intelligenza. E qui l’intelligenza c’è, poi vedremo meglio. Resta il fatto che se si può partire da un punto per far ri-partire il cinema italiano (quello popolare, s’intende, ammesso che attualmente esista un contro-altare), un’ottima base d’appoggio può essere il remake. Se non si hanno idee originali, le si deve rubare (pagando i diritti d’autore, doctum doces). Non è un problema, tanto il risultato non sarà mai uguale. Questo è cinema, non pittura. E, oltretutto, non è da tacere il debitore omaggio a Dany Boon, in cameo per una breve scena a inizio film.
Certamente la battaglia stereotipica tra usi e costumi dei poli opposti di una nazione, in ‘Benvenuti al Sud’ viene gonfiata di proposito, in grazia probabilmente alla questione settentrionale che pungola il dibattito federalista/secessionista della politica italiana.
L’abbiamo detto e ribadito: questa pellicola porta sulle spalle un significato che ha solo a che fare con la banalità, la ruffianaggine e il buonismo. Una famiglia di lombardi (Bisio, Finocchiaro), frustrati impiegati alle Poste, che agognano Milano e invece finiscono, prima lui poi assieme, nel tanto bistrattato sud-terrone. E così mille gag. Che a raccontarlo per quello che è, per l’ossatura sua generale, per lo pseudo-tema che propone, ti passa la voglia di andare al cinema e di stare in questa Italia tout court. La presenza di Alessandro Siani e Claudio Bisio, esponenti della bassa comicità accomodante di Zelig, non aiutano a risollevare le sorti del pregiudizio legittimo che si potrebbe dare al film. ‘Benvenuti al Sud’ è un film che se non lo vedi fa schifo. E non c’è da biasimare chi, leggendo le brevi trame nelle recensioni su MyMovies prima di scegliere cosa andare a vedere una sera, non abbia scelto ‘Benvenuti al Sud’: se fai una pellicola su una tematica così odiosa, non c’è poi da stupirsi se una certa èlite (senza toga né titolo) ti snobberà. Ora, se accettiamo con un indolente caustico va be’ queste premesse, vedendo il film in questione scopriamo che in realtà dobbiamo fare alcune distinzioni in campo di commedia, ma più in generale in campo di stile.
Delle tendenze malate della produzione cinematografica italiana verso film tagliati con l’accetta, didascalici fino al midollo, pieni di pretese d’autorialità, ne abbiamo già parlato. Sono film che, avanzando un argomento interessante o meno, incorporano lo stereotipo e schiacciano tutto su quest’orda di luoghi comuni e personaggi scontati. La stereotipia non è, o non è solo, nel senso del film; è diegetizzata, è dentro al racconto, è nelle immagini, nelle battute, nei contorni. E in questa sede riteniamo sia un dànno compiere un’operazione del genere, un danno in vista del giudizio che le daremo: si annullano, crediamo, fantasie, aperture, curiosità, utilità, effimeri godimenti…
Ma non tutti i film che si fanno fregio di un tema steretipico sono brutti. È il caso di ‘Benvenuti al Sud’. Luca Miniero, o chi per lui, senza tenere conto che è riuscito a costruire un cast convincente e a tirare fuori il meglio da attori non di nascita come Bisio, Finocchiaro e Siani, prende la sceneggiatura di ‘Giù al Nord’, che già di per sé era un gioiellino di tenue ridancianità, e la combina con una attenzione ai dettagli e ai contorni che lascia felicemente sorpresi.
I personaggi di ‘Giù al Nord’, come nel remake italiano, sono vittime di questo stereotipo dell’opposizione tra i poli, ma anziché schiacciare il film perpetuando la banalità, si trasformano in figure caricaturali d’invenzione originale che aprono il film, aprono quel senso chiuso, quel significato-madre che veglia dall’alto su tutto il racconto. Lo aprono focalizzando lo sguardo dello spettatore su una costellazione di personaggi che si muovono tutti come caricature, nel segno dell’eccesso, della sovrascrittura, tralasciando fuori dalle tasche mille dettagli, battute secondarie, sottofondi, secondi piani tutti gustosissimi. Accortezze che nemmeno nel film francese erano così massicce. Là dove regnava una morbidezza silenziosa e burlonescamente godibile, qui, nel remake, siamo di fronte a un assordante vortice che vede nel suo turbinare i dettagli che lo rendono ricco e potente.
La caricatura è una specie di figura retorica che mai si dovrebbe scambiare con lo stereotipo. Ciò che si rende caricatura non è mai un soggetto banale e una volta trasformato diviene solo l’eccesso di se stesso. Non l’eccesso del giudizio, come quando invece trattasi dello stereotipo.
Certamente questo equilibrio tra la banalità di fondo del film e le continue correzioni sul piano della messa in scena che lo nobilitano non sempre cade a favore delle seconde. Ma l’intenzione è mordace e si sente pienamente la consapevolezza che fare una operazione di questo genere non ha niente di rischioso, anzi rallegra lo spirito. Il film è andato e sta andando benissimo ai botteghini. È ovvio, d’altra parte, che Miniero era forte di una sceneggiatura già di successo come quella di ‘Giù al Nord’ e forse per questo si è permesso di non puntare tutto sulla banalità, perciò viene da chiedersi: ma possibile che per non temere di fare flop con un film minimamente accurato ci si debba affidare a mani già rodate francesi? Sì, è possibile. E di fronte alla strage di cinema a cui siamo stati abituati in Italia (e non solo) diviene almeno doveroso rinnegarsi.
Voto: 7/10
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Il nuovo turco che ha scritto questo articolo è Enrico Turci.
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