A distanza di tre anni dal precedente ‘Coeurs’, Alain Resnais torna al cinema con un’opera straordinaria in cui mette in scena l’indecifrabile aritmia del desiderio.

L’attacco è fulminante: la camera segue, rasoterra, i passi di una donna per strada. Fuoricampo, una voce avverte ciò che sta per accadere: un incidente, un imprevisto (titoli di testa – tratto dal romanzo ‘L’incident’ di Christian Gailly).
A chi appartengono questi piedi? Entriamo in un negozio di scarpe, seguiamo le prove, assistiamo all’acquisto. La donna esce dalla boutique, viene scippata. Non emette un grido di spavento, si limita a seguire idealmente con lo sguardo la traiettoria incerta del suo oggetto perduto.
Il portafoglio di Marguerite Muir (Sabine Azéma) viene ritrovato nel parcheggio di un centro commerciale da Georges Palet (André Dussolier). Frugando fra i documenti l’uomo si scopre irresistibilmente attratto dalla proprietaria. Il merito è della foto, certo, ma anche della patente di volo, che rianima in lui una passione infantile.
È questa, in breve, la meccanica dell’ultimo film di Resnais. Gli elementi del gioco sono due, concatenati: il caso che origina il desiderio. Da qui il susseguirsi incalzante degli eventi.
Georges dapprima ipotizza cosa direbbe a Marguerite al telefono (vedendosi in una proiezione schermica sul parabrezza dell’automobile), in seguito passa al contatto epistolare, si espone. Infine arriva a perseguitarla direttamente, al limite dell’aggressione. La donna si nega, cede al panico. Decide poi di avvicinarlo, tramite la mediazione dalla moglie Suzanne (Anne Consigny). Di nuovo incontri, scontri, un détour amoroso (Josepha, l’amica di Marguerite interpretata da Emmanuelle Devos).
Resnais conduce il racconto di queste misteriose e insondabili peripezie del desiderio con stile perfettamente adeguato. Sceglie infatti di ordinare il film secondo una partitura dissonante, volta a valorizzare le sincopi, le fratture, le brecce del racconto. I turbamenti psicologici non si riverberano nelle interpretazioni degli attori (che si calano in figure bidimensionali come i personaggi di un fumetto), ma nello spazio cinematografico, come in un collage di pezzi incongrui.
Lavora in questo senso la fotografia di Eric Gautier (con Resnais già nel precedente ‘Coeurs’), che introduce toni accesi, cromatismi aggressivi, bruschi passaggi da un segmento all’altro: “senza dissolvenze, senza mescolare i colori o sfumarli l’uno nell’altro’, come ha riferito lo stesso regista in un intervista. Lo accompagnano nel sonoro la musica di Mark Snow, estremamente eterogenea e franta e la voce off di Edouard Baer, un narratore che si inceppa, esita, torna sui suoi passi.
C’è chi ha definito ‘Les herbes folles’ un “musical noir cubista” (Giona Nazzaro). Se infatti il film musicale è il luogo per eccellenza del desiderio, qui Resnais, con mirabile gesto teorico, ne vanifica l’armonia (e la gioiosa congruenza del soggetto danzante con il mondo cui appartiene) per sottolinearne le inquietudini. Eppure, ed è qui che il film tende al capolavoro, la messinscena non risulta ostica, anzi, si indirizza verso una fluidità e una libertà narrativa che lascia sbalorditi.
Un film aereo come il cielo delle sue ultime sequenze e terrestre come le erbe selvatiche (quelle del titolo) che occhieggiano dalle crepe dell’asfalto. Magnifico.
Voto: 9/10
Consigliati per il prossimo weekend:
- Poche cose in uscita questa settimana, forse solo ‘Christine Cristina’ di Stefania Sandrelli, ma con più di una perplessità…
Il nuovo turco che ha scritto questo articolo è Enrico Camporesi.
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Mmm, dalla descrizione pare proprio un bel film!