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‘Cella 211’: il male fuori

Devo dirlo: non volevo vedere questo film. Ne avevo sentito parlar bene, ma non mi interessava affatto. O meglio, non mi fidavo. Non mi entusiasmava l’idea di un film carcerario realizzato in Spagna. Nella mia testa cinefila ho infatti più preconcetti di un leghista: per me il prison movie è americano (o, al massimo, francese). Bene, mi sbagliavo alla grande. ‘Cella 211’, del regista spagnolo Daniel Monzón, è un gran bel film, che non impallidisce al confronto con mostri sacri del genere quali, ad esempio, ‘Il buco’ o ‘Fuga da Alcatraz’.

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‘Cella 211’, però, si discosta dai nobili padri carcerari nel rapporto intrapreso con l’istituzione carceraria. Se nei film di Siegel e Becker si cercava di scappare dalla prigione, nel film di Monzón (come nel recente e bellissimo ‘Il profeta’ di Jacques Audiard) si cerca di migliorare la vita all’interno del carcere, ben consapevoli che uscirne prima del tempo è impossibile - la realtà della galera è sempre stata così insopportabile per lo spettatore che ha sempre avuto bisogno di un indulto catartico, di una fuga - oggi non è più così: la prigione è la realtà, la metafora spietata del mondo fuori. Chi ci finisce dentro, anche per sbaglio, ha due possibilità: divenire ingranaggio del sistema o esserne schiacciato. Sceglie di divenire ingranaggio il secondino interepretato nel film da Alberto Ammann, venutosi a trovare per sbaglio tra le file dei detenuti durante una loro rivolta. Fingendosi un carcerato (della cella 211, appunto), riesce addirittura a diventare il braccio destro del capo-rivolta Malamadre, grazie ai suoi preziosi consigli nella gestione della rivolta. È proprio stando a stretto contatto con assassini e criminali della peggiore risma che il secondino si accorge (e noi con lui) di quanto sia labile il confine tra criminalità e società civile: basta veramente poco per passare da un universo all’altro, e questo il secondino lo scoprirà a sue spese.

Monzón ha dunque il merito di non dare una visione stereotipata del carcere. Anzi, i suoi carcerati sono sì personaggi violenti e animaleschi, ma risplendono per solidarietà e senso di appartenenza al gruppo (una volta venuta a mancare la lealtà, infatti, il gruppo si sfalda). Un gruppo impegnato in una lotta impari contro le istutuzioni. Monzón si schiera dalla parte dei detenuti, mostrando il male fuori dalle mura carcerarie: la polizia che reprime ottusamente e ferocemente i cittadini, nonché il Potere che si rivela essere ben più spietato dei criminali che vorrebbe educare. Nel descrivere tutto ciò, il regista non lesina in ritmo e tensione, ben supportato dalla fotografia e dal montaggio.

L’unico limite della pellicola è l’eccesso di didascalismo, che porta ad enfatizzare situazioni e personaggi quando non ce ne sarebbe affato bisogno. Lo spettatore viene così accompagnato per mano in passaggi del film che risulterebbero ben più efficaci se lasciati in sospeso o semplicemente spiegati meno. Si alternano dunque (molti) momenti di cinema inedito ad altri (pochi) momenti più convenzionali. Un peccato veniale, non c’è che dire. Fra l’altro, un errore riscattato in pieno da un finale magnifico per pessimismo e laconicità. Un finale spiazzante che non molti avrebbero avuto il coraggio di realizzare. ‘Cella 211’ è dunque un film commerciale con un’anima indie (o viceversa): formalmente commerciale, ma cattivo sul piano contenutistico. Monzón ha realizzato quindi una pellicola di genere molto divertente ma anche molto impegnata.

Voto: 7,5/10

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Il nuovo turco che ha scritto questo articolo è Davide Mazzoni.

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Pubblicato da I Nuovi Turchi Venerdì, 23 Aprile 2010

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  1. 1

    ‘La città verrà distrutta all’alba’ secondo me non si può proprio vedere…

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