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‘Noi credevamo’: subire la storia credendo di farla

Martone, regista tra i massimi del nostro teatro, ma formatosi come cineasta, quando si cimenta per il grande schermo non trascura la differenza del mezzo.

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L’attitudine al palcoscenico, pertanto, fa sì che Martone delinei ‘Noi credevamo’ (che pur si ispira alla realtà storica dei fatti) senza tralasciare lo specifico della messinscena, secondo un’indole contaminatrice che lo porta a costruire splendidi quadri cinematografici in interni scenografici di grande rigore, ma abitati da figure declamanti, interpretate secondo un registro volutamente anti-naturalistico. Gli esterni, poi, non si ergono mai ad ambientazioni facilmente riconoscibili, in quanto l’attenzione rimane puntata sull’azione e i personaggi che la fanno, sulle atmosfere, sugli umori e le passioni prima che sui fatti, evidenziandone la dimensione tragica o melodrammatica, mettendo da parte la cronaca, lasciando che sia lo spirito controverso dell’epoca ad emergere.

In ‘Noi credevamo’ il Risorgimento è un palcoscenico della parola dove non c’è mai il gigante iconico a far da mattatore, ma uomini veri, con entusiasmi, dubbi, convinzioni e valori autentici. La Storia (con la maiuscola) avviene in secondo piano, mentre le storie ed i percorsi umani dei personaggi non fanno altro che adeguarsi ad essa. Invece di fare la storia, i personaggi di ‘Noi credevamo la subiscono’: qui sta la diffrenza tra il Risorgimento epico/didattico tradizionale e la visione che Martone ne dà. Il Risorgimento è infatti visto dentro e fuori da un teatro epocale incendiato dalle lotte di classe, da giuramenti di fedeltà ad associazioni sovversive (la Giovine Italia dell’esule Mazzini), tra conciliaboli clandestini e litigiosi contrasti di sette. E tutto ciò, tutti questi sforzi appaiono vani messi di fronte alla realtà dei fatti. Martone non prende neanche per un attimo in considerazione la logica dell’affresco storico tradizionale: nel suo film non vediamo apparire i grandi protagonisti del periodo, non ci sono Garibaldi, Cavour o Vittorio Emanuele II, evocati certo, ma mai presenti sulla scena. E così i grandi eventi storici non sono mai mostrati, ma solo riferiti: il cuore del lavoro è affidato a un dietro le quinte animato da personaggi secondari dalle cui vicissitudini è possibile ricavare uno sguardo interno ai tempi.

I tre personaggi su cui Martone concentra l’attenzione e le cui vite di rivoluzionari vengono narrate attraverso quattro episodi fondamentali, hanno ciascuno una storia, una classe d’appartenenza, un ambiente di riferimento. Proprio la classe sociale è il tema portante della pellicola: in ‘Noi credevamo’ emerge in maniera lampante l’impotenza delle classi inferiori (i nascenti proletariato e borghesia) nell’affrontare e decidere la Storia. La rivoluzione mancata, si direbbe. La rivoluzione riuscita, invece, è quella portata avanti dall’aristocrazia, che nell’unire l’Italia non ha minimamente preso in considerazione l’ipotesi repubblicana, preferendo istituire la monarchia, che altro non ha fatto se non recar danno a chi non la voleva. E proprio lo scontro tra repubblicani ed esercito sabuado chiude il film, lasciando trasparire sentimenti che poco hanno a che spartire con gli ideali comunemente attribuiti al Risorgimento: ingiustizia, indifferenza, rammarico, rancore. Tutti figli di un unico fallimento (sociale).

In conclusione, ‘Noi credevamo’ è un film bellissimo, che si nutre di mille diverse cose (letteratura, teatro, certi cineasti - Visconti, Rossellini, Soldati), che emoziona senza ricatti e senza didattiche, che non conosce compiacimenti né retorica, che mette in sordina l’epica ed esalta l’umano (merito di un ottimo cast, diretto splendidamente), in cui, pur rimanendo sullo sfondo, emerge comunque la logica della Grande Storia, quella delle battaglie strenue di coloro che fondarono lo Stato Unito su un territorio instabile, segnato dalla siderale distanza tra Nord e Mezzogiorno, da movimenti sostenuti da animi travagliati e contraddittori e da cui è germogliata e sorta l’Italietta odierna.

Voto: 8,5/10

Il nuovo turco che ha scritto questo articolo è Davide Mazzoni.

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Pubblicato da I Nuovi Turchi Giovedì, 25 Novembre 2010

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  1. 2

    cioè, capito? nel senso che tace proprio sulle motivazioni di questi rivoluzionari. Martone può pensare quello che gli pare, ma almeno dirlo, farlo capire esplicitamente, sennò non si è corretti e non si ricostruisce proprio nessuna storia, sempre se la pretesa era quella, ma mi sembra evidente che le sue intenzioni erano proprio queste. Ricostruire non solo una storia, ma anche darne il senso storico. In questa direzione funzionano le azzeccatissime scelte di inserire architetture del disfacimento contemporaneo nel racconto ottocentesco.

  2. 1

    A me è piaciuta da capo a piedi solo la seconda parte (”domenico”). Nel resto l’intento anti-naturalistico come hai detto tu spesso sfocia nel didascalico (non aiuta l’interpretazione da telefilm di molti attori, ma non è colpa di Martone). Dove serve, ad esempio nelle allusioni a dipinti d’epoca diegetizzati, la resa didascalica non è spinta al punto giusto, con attori e comparse in bilico tra l’essere in bilico per l’immobilità del quadro e il “adesso faccio la faccia da ottocentesco” (si veda il riferimento nel film a “Una domenica pomeriggio all’isola della Grande-Jatte” di Seurat, il ragazzo con la pipa in bocca e il braccio sul ginocchio). Inoltre ho trovato poco corretto questo continuo ricorso alla sconfitta del popolo, presentando i rivoluzionari come ingenui o fanatici (fatto incontrovertibile visto il seguito della Storia) e tacendo però sulle reali motivazioni per cui alcuni popolani benestanti del sud, come i due protagonisti, si unirono alla rivoluzione. Infatti sembra che i due aderiscano alla causa solo perché i Borboni espongono nella pubblica piazza le teste dei cospiratori, come se non ci fosse un malessere precedente, come se si volesse fare l’Italia solo per fare l’Italia e non per uscire da un disagio sociale reale. Va bene che i rivoluzionari hanno sbagliato nel non rendere partecipe il popolo alle loro azioni, ma che fossero mossi da puri intenti intellettuali ne dubito. Sembra che di punto in bianco si volesse sovvertire lo Stato perché i Borboni reagivano con violenza alla loro volontà di sovvertire lo Stato… non è andata esattamente così…

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