Già, perché in Italia la pellicola di Xavier Beauvois è stata distribuita con il titolo di ‘Gli uomini di Dio’ e la differenza è programmatica. Un film semplice, anti-manierista in cui pochi segni significano direttamente. Cambiare il titolo ad un’opera del genere equivale praticamente a ri-montarlo.

Pellicola monacale, perché sono otto monaci francesi nell’Atlas algerino i protagonisti (fra le altre cose è tratto da un vero fatto di cronaca degli anni ‘90).
Monacale, perché monacale è l’obiettivo che conosce quasi solo piani stretti e campi lunghi: austero e silenzioso, non si appaga di misure intermedie. L’uomo è sempre solo in questa pellicola, sia che gli si indaghi il gigantico sguardo che occupa quasi tutto lo schermo, sia che lo si veda impallidire ai piedi dei bellissimi monti nord-africani. Un’unica semi-soggettiva all’inizio del film fa eccezione a questo dualismo visivo. La sequenza sembrerebbe voler riflettere sulla separazione uomini/donne nel mondo islamico: le preghiere degli uni in una stanza e il chiacchierare civettuolo delle donne (mentre bevono e mangiano pasticcini) nell’altra; movimento dalla stanza delle preghiere a quella contigua, mai abbandonato dalle voci maschili che si allontanano quando si avvicinano le femminili. Traccia autoriale che, forse, ci fa intuire cosa ne pensi il buon Xavier al riguardo della proibizione del velo in Francia. Le comunità (quella micro: cristiana; e quella ambivalente: musulmana) e i riti, comunque, pur se messi in scena, rimangono solo e sempre un’apparenza di collettività.
Monacale anche il montaggio, o meglio, pre-raffaellita.
Monacale la vita dei monaci come ci viene presentata… forse, davvero un po’ troppo.
Già, perché un difetto di ‘Des hommes et des dieux’ è proprio che, pur nella sua semplice bellezza, annoi. Due ore in cui la frugalità della vita nel monastero viene ampiamente ribadita: fanno il miele, pregano, mangiano disposti come i dodici apostoli nell’iconografia dell’ultima cena, pregano e cantano, arano la terra, pregano e cantano e si genuflettono, curano i malati, pregano e cantano e si genuflettono e leggono passi della bibbia, e così via. Il finale è reiterato, immotivatamente: ho visto scorrere davanti ai miei occhi ben tre scene conclusive, tutte perfette, fra cui Beauvois pare non aver saputo scegliere.
E di piccoli difetti del genere è pieno il film, ma sul piatto della bilancia ci sono anche moltissimi punti a favore.
Primo e non scontato punto, la sala del Rialto era piena come non mi succedeva di vedere da secoli. Tutti rappresentanti modello della medio-alta borghesia votante centro-sinistra o DC, alla soglia della terza età: una cosa disgustosa, lo so, ma pur sempre un pubblico numeroso per un film non di intrattenimento.
Altro grandissimo merito è l’approccio quasi a-moraleggiante della pellicola (da cui il grosso errore della distribuzione italiana di trasformare gli dei in Dio). Temi ostici, declinati con eleganza e, ancora, con semplicità: scappare al sicuro e tradire un ideale (dio, l’amore per il prossimo) o morire? La denuncia al terrorismo e ai governi corrotti, senza troppi orpelli. Le paure (l’umanità) dei monaci presenti, ma non troppo calcate (il caro cinema nostrano ci avrebbe già dato almeno un monaco urlante e piangente che si dimena in ginocchio in attesa della redenzione della scena successiva).
Un elogio a parte, poi, se la merita la totale assenza di ambizione di ‘Des hommes et des dieux’. Nessuna strizzatina d’occhio, nessuna soluzione facile. Nessun attorone, solo bravissimi interpreti: padre Christian (Lambert Wilson) e padre Luc (Michael Lonsdale), i più noti, relegati ai loro rispettivi ruoli, senza manie di presentismo alla Hollywood.
Infine, la scena dell’ultima cena (quintessenza del mito d’oggi barthesiano) è valsa da sola l’intero prezzo del biglietto e, detto fra noi, mi sarebbe piaciuto veder partire i titoli di coda proprio da lì.
Voto: 7/10
Consigliati per il prossimo weekend:
- ‘Porco rosso’ di Hayao Miyazaki, perché anche se con 18 anni di ritardo finalmente anche il pubblico italiano si può gustare questo lungometraggio animato
Il nuovo turco che ha scritto questo articolo è Akio Takemoto.
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