L'Insopportabile

Lo straniero

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La tastiera del computer mi aveva alienato dal mondo come fosse un disco volante.
Decisi di uscire, stanco di vedere la vita azzurro su bianco.
Fuori c’era la solita nebbia, sentivo la città indifferente, sembrava che volesse rigurgitarmi invischiato nel bolo della sua foschia.

Mi allontanai dal centro, sperando in una maggior pietà da parte delle zone periferiche verso il mio stato d’animo inquieto.
In mezzo alla nebbia tutto sembra ugualmente grigio: le strade, le auto, gli alberi.

Così era in quella strada, tutto grigio: io, la strada e il tizio che mi veniva incontro.
Camminava nella direzione opposta alla mia e, come me, sembrava avesse le mani infilate nelle tasche.
Quando non hai niente da fare annulli i tuoi pensieri e osservi le altre persone.
Lui non era di queste parti, lo capii subito osservando i suoi abiti strani e fuori moda ancora prima di scorgerne il viso.

I nostri passi ci avevano intanto portato così vicino da poterci osservare a vicenda.
Lui era quasi sicuramente uno straniero, dal colore della pelle si sarebbe potuto pensarlo, ma dopotutto in una serata nebbiosa sembriamo tutti grigi.
Lui di me avrebbe potuto pensare qualsiasi cosa, ma non mi giudicò, si limitò ad un fugace cenno.

Sembrava che il forestiero avesse capito che ero uno del posto, un autoctono che tentava di sfuggire a tutto, compresi gli stereotipi irrinunciabili ai quali si associano in genere gli italiani: paglierina in testa, pizza, gondola e mandolino.

Nei miei occhi lesse di sicuro una confusione tremenda e sembrò rispettarla, senza chiedermi come mai.
Io gliene fui grato, anche se a dirla tutta sembrò essere più grato lui a me del fatto che non mi fossi spaventato per il suo aspetto o cose del genere.
Il veloce e indulgente esame dello straniero finì ed egli continuò a camminare senza più guardarmi.

Io feci ancora qualche passo, poi chissà perché mi voltai.
Mi sentivo come se in preda alle mie paranoie e ai miei scazzi avessi perso una buona occasione per fare almeno due cortesi chiacchiere con uno straniero, che magari avrebbe potuto insegnarmi qualcosa sul suo paese e al quale magari io avrei potuto indicare qualche monumento interessante da vedere in questa città perduta nella nebbia.

Visto da dietro sembrava molto piccolo, alto quasi come un bambino.
Non sapevo che dirgli, l’occasione era persa.
Rimasi a guardarlo mentre si allontanava, sembrava davvero grigio come la nebbia.
Un lampione proiettò per un istante sul muro la sua ombra: testa rotonda e dita lunghissime, ma non ne ebbi paura, forse era solo un gioco di luci.

Pubblicato da mattia Martedì, 24 Novembre 2009

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