Chiunque abbia un minimo di familiarità con la storia dell’arte avrà sicuramente presente la celebre volta della cosiddetta ‘camera degli sposi‘ del Castello di San Giorgio, dipinta da Andrea Mantegna a Mantova, su commissione della famiglia Gonzaga, tra il 1465 e il 1474. Sui libri si trova scritto che è uno dei più alti esempi di ricerca dell’illusionismo prospettico rinascimentale.
Mantegna riuscì infatti a dipingere un finto lucernario circolare dal quale si affacciano putti e figure mitologiche, sopra i quali ammicca uno scorcio di cielo limpido, che dà l’illusione perfetta a chi vi si sdraia sotto di ammirare un lembo di quell’intensa e sterminata volta celeste, tipica della pianura padana.
Il cielo, simbolo di libertà e di vita, ha affascinato per secoli gli artisti e gli architetti di tutto il mondo, i quali si sono cimentati spessissimo nell’impresa di ricrearlo sul soffitto di uno spazio interno, nel tentativo di regalare all’osservatore la sensazione di trovarsi ad ammirare un caldo lembo di limpida immensità diurna a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Pochi sanno, però, che quella del Castello di San Giorgio non è l’unica ‘camera degli sposi’ di Mantova.
Ho infatti udito, proprio mentre mi trovavo a visitare il posto, una storia alla quale, anche se non fosse vera, mi piacerebbe credere con tutto me stesso.
Si racconta che in città, alcuni anni fa, dall’altra parte del Mincio, nel periferico e degradato quartiere della Lunetta, viveva un modesto imbianchino con sua moglie. Persone semplici e modeste, sposati da molti anni e che avevano lavorato tutta la vita; una vita nella quale non avevano mai potuto concedersi altro lusso che passeggiare in riva al Mincio alla domenica e sedersi sul prato a guardare il cielo, fantasticando su tutte quelle città sconosciute e quei paesi dove non avrebbero mai potuto permettersi di andare.
Un giorno purtroppo accadde che lei si ammalò gravemente. Nel giro di pochi mesi non riuscì più a camminare e ben presto si ritrovò costretta nel letto, imprigionata da un polmone artificiale, lontana da quel cielo riflesso sul lago che non poteva più vedere e dimenticata da una morte che non aveva la pietà di sopraggiungere.
Il povero imbianchino, non avendo figli e dovendo continuare a lavorare, era costretto a lasciare la moglie da sola nel letto tutti i giorni, immobile a guardare il soffitto. Quando poteva egli si accostava al capezzale della sua amata che non parlava più, piangendo e disperandosi nel vederla immobile e muta con gli occhi fissi sul quel soffitto bianco. Passarono due anni, finché un giorno, mentre vegliava su di lei, l’imbianchino non la sentì pronunciare qualcosa, un sussurro, nel quale però si distingueva bene la parola: “cielo”.
Convinto che fosse l’ultimo desiderio della moglie e non sapendo di preciso come si potesse regalare il cielo, fece l’unica cosa che sapeva fare, prese vernici e colori e riprodusse perfettamente sopra il letto della moglie la volta della ‘camera degli sposi’, così lei poté tornare a vedere il cielo e, quando di lì a poco morì, le sembrò di morire libera sotto quello stesso azzurro che amava tanto ammirare nelle passeggiate della domenica assieme al marito.
Non so se questa storia sia vera; probabilemente no, ma mi piace pensare che lo sia, come mi piace pensare che lo siano le favole e i miti che popolano la mia fantasia di bambino. Non saprò mai se questa stanza esiste e se davvero il suo soffitto sia uguale a quello dipinto dal Mantegna, ma se davvero in una stanza, in qualunque parte del mondo, c’è stato un gesto d’amore così grande e così semplice, quella sarebbe davvero la ‘camera degli sposi’ che mi piacerebbe visitare.




bravissimo matro in quest’articolo ricco di emozioni semplici e pure: le più vere!!
voglio pensare anche io che questa storia sia vera. Ci sono storie inaspettate e incredibili lì fuori.
eeeh, anche a me piacerebbe visitarla!:)