L'Insopportabile

36 Via Zamboni

Primo giorno di Università.

Niente di nuovo: stesse facce, stessi sorrisi falsi, stessi esseri amorfi che vegetano tra libroni più grandi di loro alla ricerca di solo dio sa cosa; stesso caos, stessi appunti scarabocchiati, stessa sonnolenza e stessa ansia; gioie per amici ritrovati, strette di mano fredde con chi amico è convinto di esserlo, ma non lo è.

L’aria è affumicata dagli scarichi dei motorini, intasata dalle biciclette scassate, invasa dall’odore di salvietta al limone, parto di quelle boccette di disinfettante portatile di cui ormai tutti abusano, neanche ci fosse in giro un virus mutante stile Resident Evil.

Passeggiando per via Zamboni ci si sente un po’ Edvard Munch in Corso Karl Johan, un po’ Igor Stravinskij sulla Prospettiva Nevskij, un po’ il bombarolo, che “terrorizza per non ammalarsi di terrore“.

I portici soffocano sotto gli annunci di camere in affitto: verrebbe quasi voglia di liberarli da quei pezzi di carta e di aiutarli a respirare.
Coppiette girano mano nella mano, si baciano, ogni due passi, senza fare certo sei metri, ma sentendosi almeno tre sopra il cielo.

L’insopportabile sensazione di essere soli in mezzo a una folla, dopo tutto festante e piena di buoni propositi, fa venire voglia di dare fuoco a tutti i piccioncini e, sì, anche ai piccioni, che svolazzano in iperuranii cieli più o meno reali.

Lattine di birra si accartocciano sotto gli stivali, in mezzo ai sorrisi, al ticchettìo dei messaggini delle ragazze, tra gli sproloqui filosofici dei corteggiatori, tra la musica che rincoglionisce gli homeless stanziati davanti al Teatro Comunale.

Inciampando nei cani dei punkabbestia, maledicendo tutti gli scrocconi di sigarette e cartine, arrivi a specchiarti in una vetrina in cui è riflesso il simbolo dell’Alma Mater assieme al tuo volto crucciato. Incorniciata da quella bizzarra aureola, marchiata 1088 a.d., vedi una faccia che non ti somiglia, una faccia che vorrebbe altro, una faccia scura che ti chiede: “perché mi stai facendo questo?”.

Non sai cosa rispondere al tuo volto scuro, sballottato avanti e indietro tra altri volti ancora più neri, per decenza coperti da occhialoni buffi e colorati.

Prosegui giù, fino al civico 36, ti accorgi che è quello di Via Zamboni e non di Quai des Orfevres. Salgono in te lo spaesamento e quella brutta sensazione che non sai come definire, ma che capisci benissimo.
Ti rendi conto che non sei dentro un film e che da quell’edificio in cui stai per entrare non otterrai nulla se non un pezzo di pergamena con la firma scansionata del Magnifico Rettore, dove sarà attestato, in caratteri aggraziati, che sei laureato, con tanti saluti, tante pacche sulla spalla e una coroncina di alloro sulla testa.

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Pubblicato da mattia Martedì, 29 Settembre 2009

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  1. 2

    …non così brutto..parola di una la cui pergamena è chiusa dentro un cassetto ma tra le mani ha la speranza di riuscire.
    complimenti al nostro matt e ben tornato (in gran forma direi)!!!!!!!!

  2. 1

    stupefacente ed agghiacciante realtà universitaria!! che amara tristezza però..

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