AIAGAIA

Un uomo come una finestra

Cammino per strada sotto un cielo di finestre: spalancate, murate o sbarrate, accostate, dai vetri sporchi o lucidate senza sosta, dai vasi pieni di terra e rametti rinsecchiti, nascoste tra i panni stesi o pudicamente celate da tendine ricamante a punto croce, colpite dal riflesso di un debolissimo raggio di luce che si divincola tra le nubi, coperte di neve, di pioggia, di scritte, di macchie, macchie di fumo, di muffa, di uovo marcio lanciato chissà da chi; forse un chi geloso, forse invidioso, sicuramente incazzato, forse solo con se stesso.

Passeggio sotto un cielo di inferriate e infissi di legno, di imposte appartate dietro foglie di basilico, di porte-finestre che fanno la guardia a salotti in velluto, legno o semplice plastica logora. Mi sorseggio questo museo di scuri verniciati di verde o di prezioso legno di noce; queste gallerie da teatro ornate di canottiere a righine, mutande griffate e pigiami con gli orsetti; questo zoo di balconi inutilizzati, che se fossero al chiuso avrebbero raccolto chili di polvere; queste finestre aperte che, come camini, a mezzogiorno liberano per le strade profumi di arrosti, soffritti, minestroni di legumi, salsicce affumicate, torte dimenticate in forno.

Temporeggio, esamino attentamente, mi dilungo su questi scenari uguali, ma diversi. Questi occhi della casa, che come gli occhi veri possono osservare fuori o guardarsi dentro. Ma quando guardano dentro cosa vedono? Ecco, allora, che comincio a cercare affannosamente un viso affacciato, un movimento, un segno di vita dietro quelle finestre: ma niente. Così mi concentro su quel dentro che, però, può venire fuori come un sentimento nascosto e uscire a passi lenti, di buon umore, o sbattendo le porte: ed è la gente per le vie, sono le persone, con le loro finestre appiccicate in fronte, sbriciolate negli occhi come le caccolette del sonno che si appiccicano tra le ciglia.

Ecco, quel vecchietto lì, tutto rugoso e piegato su se stesso, che si affatica sul bastone sotto il portico. Ecco, le sue rughe ricordano le venature del legno dei suoi scuri, una finestra dismessa e senza pretese. Perché è già tanto se c’è. E questo significa che si ha anche un tetto sotto cui vivere, “che non è poi così scontato”, ripete spesso il nonnino spalancando gli occhi. Insomma, lui è chiaramente una finestra calorosa nella sua semplicità; anche macchiata, ma dalle imposte sempre aperte e da cui esce l’odore di minestra calda insieme al gracchiare del telegiornale locale.

Pensando questo ho rallentato. Mi supera scocciata una signora ingioiellata e impellicciata. Tacchetta sdegnosa verso una boutique luccicante e scostata dagli altri negozi (tanto per far capire la cosiddetta élite - a loro piace pensare di esserlo - che vi ci entra). Facendo una smorfia non posso che constatare che l’acida vampona è sicuramente una di quelle eleganti finestre di pietra, magari a volta, una finestra, anch’essa impellicciata da una barriera quasi inaccessibile di fiori e piante da arredamento (tenute lì non certo per amore di natura), e vestita all’interno da corpulenti tendaggi di broccato che la fanno sembrare un bigné in abito da sera.

Faccio dietrofront. La strada è vuota, tranne che per un ragazzo. Sicuramente uno studente universitario che attraversa a grandi falcate le strisce pedonali, la borsa a tracolla che sussulta sulla schiena: ha i dreadlock legati sulla bassa nuca, lo sguardo concentrato che filtra da sotto uno spelacchiato berretto peruviano, una sciarpa verde acido che gli copre il pizzetto, e un Montgomery blu lasciato aperto, quasi incurante delle folate gelide che ti assaltano dietro l’angolo. Sorrido, e mi vedo già di fronte un’anonima finestra grigia di periferia che vuole a tutti i costi farsi gli affari suoi. Vietata agli scocciatori e ai curiosi, con le persiane spesso abbassate che, superata la sbronza da vinaccio della casa, verso le tre si stiracchiano assonnate svelando un muro tappezzato di poster di Bob Marley, di sconosciuti gruppi ska e del famoso e nemmeno troppo ambiguo triangolo della locandina di Arancia Meccanica. Ovviamente il perenne condimento di quelle imposte non è certo un vasetto di gerani, ma stereo a tutto volume, portacenere anneriti e calzini bucati lasciati ad asciugare.

Tra sbuffi di vapore che mi sfuggono dalla sciarpa, simile a una locomotiva arrugginita, mi incammino lentamente verso casa, costantemente abbracciata da una folla disordinata e caciarona di finestre.

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Pubblicato da Gaia Roncarelli Venerdì, 18 Dicembre 2009

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