Immaginatevi che un blackout generale colpisca tutto il mondo. Sì, però, non un blackout troppo generale, ma un po’ più particolare, che fa spegnere solo le televisioni. Sì, le televisioni e basta. Cosa succederebbe?
Mi immagino già i titoloni delle testate giornalistiche nei primi giorni: panico generale, suicidi, alcolismo e tossicodipendenza in aumento, politica in fermento… Ma niente, il blackout continua invincibile, non si riesce a riparare manco un televisore. Stop, silenzio, finito, tutto disattivato, kaputt. Improvvisamente il grande tirannosauro mediatico, urlante e ciarliero, sterminatore di quiete e procreatore in perenne attività di futili argomenti da salotto, gossip e spot pubblicitari deliranti viene irrimediabilmente zittito, imbavagliato.
Ve lo ripeto, già vedo scorrere davanti agli occhi alcune scene appena successive al “disastro”. Ma dopo? Continuerebbe tutto così all’infinito, finchè non si riaggiusta tutto e finchè tutti i teleschermi non tornano ad illuminarsi? Siamo diventati davvero così pigri e dipendenti da queste macchine che ci hanno totalmente disinnescato il senso critico? E se non fosse così?
Beh, se così non fosse… Ecco che i primi ottimisti si riscuotono dal proprio torpore e corrono ad accendere le radio, tanto per continuare a riempirsi le orecchie di rumore; alcuni volenterosi e i meno pigri tra i pigri, invece, decidono di farsi una passeggiata, ne approfittano per una gitarella fuori porta; i patiti di soap opera e gli spettatori nati si fiondano ad affollare cinema e teatri; i timidi, i soli e i solitari si chiudono in casa a leggersi un buon libro. C’è però chi vuole tenersi sempre informato, e subito si piazza su internet, mentre chi vuole svagarsi, si svaga, ovviamente: i gruppi di amici decidono di andare a bersi una birra o un caffè (dipende dall’ora e dai gusti di ciascuno), così per fare quattro o cinque chiacchiere, oppure c’è chi sceglie di alzare la cornetta e di farsele comodamente seduto in poltrona, quel gruzzolo di chiacchiere, magari con qualcuno che non sentiva da tanto, troppo tempo…
Alcuni riprendono a litigare, altri a fare l’amore in ogni stanza, altri ancora ricominciano a scrivere diari e a comporre poesie, qualcuno recupera hobbie trascurati e passioni accantonate, svaghi dimenticati e sogni nel cassetto, scheletri nell’armadio e ragni dal buco. Aumentano le affluenze a mostre d’arte, aste d’antiquariato e di modernariato (tanto per non fare torto a nessuno), partite di hockey a cavallo e di tiro con l’arco da seduti, corsi di lotta nel fango e di mimo parlato, di uncinetto e di tecniche per la costruzione di sculture di ghiaccio; fioriscono tornei di scacchi, di briscola e di monopoli, di golf e di tiro alla fune, sfide di karaoke e mosca cieca, sempre più seguite le lezioni di scalata e di découpage, i laboratori di scrittura creativa e di cromoterapia, le lezioni universitarie, i festival e le sagre paesane.
I visi tornano ad illuminarsi, ma anche ad abbronzarsi (finalmente si sta più all’aria aperta), cala il tasso di suicidi e d’obesità, l’alcool è ben accetto solo se moderato e in compagnia, gli iPod che sparano nelle orecchie musica assordante e alienante vengono ricacciati per un po’ nelle tasche delle giacche…
I collezionisti di francobolli diventano più famosi dei calciatori, le cuoche provette più ammirate delle veline. La ‘Sagra del Raviolo’ raccoglie più adesioni dei provini del Grande Fratello, le pentole Mondialcasa ormai servono solo come elmetti immaginari nelle guerriglie tra bambini, e San Valentino è stato istituito come festa nazionale, con salatissime multe per chi osa dimenticare anniversari e compleanni. Reimpariamo il suono del vento, mentre diventano patrimonio mondiale dell’umanità il colore delle nuvole, il fruscìo delle foglie e la profondità dell’orizzonte; recuperiamo familiarità con sguardi d’intesa e silenzi eloquenti, l’abisso dentro noi stessi ci fa un po’ meno paura. Cominciamo ad ammirare ogni scenario, dalla piazza alla radura, dai giardinetti pubblici alla campagna in cui si stempera ogni periferia, spogliato da qualsiasi colonna sonora o applauso demenziale di sottofondo. Che Briatore organizzi una nuova serata luccicante al Billionaire non è più affar nostro, che la velina Taldeitali rimanga incinta del calciatore Coso, o che lo tradisca con l’imprenditore Pincopallo non ci interessa più, il tormentone sul nuovo colore must dell’estate, o il dibattito demenziale se le donne preferiscono gli uomini calvi o capelloni ci lascia indifferenti (anzi, solo infastiditi).
Torniamo a vivere e ad ascoltare, l’espressione “parlare a vanvera” cade in disuso e scompare dai dizionari. Il silenzio diventa più prezioso dell’oro, più fondamentale dell’aria.
Poi, però, tanto improvvisamente ed inspiegabilmente come quando era scoppiato, ecco che termina il blackout: gli schermi tornano ad illuminarsi, ma stavolta non c’è nessuno a riempirli. Se ne sono andati via tutti, ognuno a rincorrere i suoi guai, ognuno in fondo perso dentro ai fatti suoi…
Uomini, donne, vecchi e bambini, impiegati e giardinieri, medici e postine, pasticcieri e vigili del fuoco, segretarie e camionisti, persino i telespettatori nati si guardano allibiti, non sanno più se gioire o dispiacersi, non sono più sicuri di voler esultare.
Allora, inaspettatamente, la rivoluzione. Spengono tutti la televisione. E chi s’è visto, s’è visto.
Peccato davvero che non esista alcun blackout generale. Sì, però, non troppo generale, solo un po’ più particolare.
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anche se i televisori sparissero dalla faccia della terra, sarebbero rimpiazzati da internet, dove ormai si possono vedere anche film e telefilm…
eh si, che brutto mondo!