Sartine De Chanvre era senza dubbio una bella bambina. Prima di tutto aveva una buffa frangetta di lanetta lilla che le ricadeva in continuazione sui grandi occhioni tartarugati, due guanciotte color panna spesso imbronciate, della flanella più soffice, e due manine di velluto che era una bellezza accarezzarle. “Sartine la bambolina”, come la vezzeggiavano i parenti e gli amici.
Era un pomeriggio di fine maggio e Sartine stava tornando a casa da scuola quando incontrò Lino. Il sole, del raso più ardente, fiammeggiava cangiante in alto nel cielo, formando profonde ombre vellutate sotto gli immensi alberi di lana grezza. Sartine per tornare a casa, infatti, doveva sempre attraversare les Jardins des Crochets, il suo parco preferito. Quel giorno Sartine era particolarmente di buon umore, nonostante la sua mattinata scolastica non fosse partita poi così bene: un 6 striminzito per la verifica di geometria e una ferita alla caviglia quando aveva attraversato di nascosto il prato di forbici dalla punta non arrotondata sul retro della scuola, mentre Lainette aveva iniziato a contare fino a 100.
Ma torniamo a noi: Sartine stava canticchiando la filastrocca sulla Fata Soienne e sulla Principessa Setanna, perdendosi a strofinare le dita sulla canapa ruvida e intarsiata della corteccia di qualsiasi albero le capitasse a tiro, quando s’imbattè in un cucciolo brebissiano (altrimenti dicesi agnellino), tutto tremante e impaurito, nascosto sotto una panchina.
“Oh, un piccolo brebissiano! Ciao, piccoletto, che ci fai lì sotto? Ti sei perso? Come ti chiami?” si apprestò a chiedergli Sartine, correndogli incontro entusiasta.
“Mi chiamo Lino, non mi sono perso, sono rimasto solo” rispose sconvolto il cucciolo, trattenendo delicate lacrime di tulle: “La verità è che mi hanno cacciato dall’allevamento in cui vivevo… Purtroppo sono nato con una malformazione genetica che non mi fa ricrescere la lana che ogni anno mi tosano. Per questo mi hanno tosato solo una volta, e, vedendo che non mi ricresceva il pelo durante l’inverno (fatto che per di più mi ha procurato un gran raffreddore), mi hanno abbandonato!”, e giù una coperta di lacrime.
“Calmo, calmo, piccolino! Ci penso io!” rispose sorridendo Sartine. “Ora la pelliccia te la faccio io…”, e subito la morbida ricciolina si affrettò a raccogliere quello che trovava nel parco: il raso lucido di un raggio solare adagiato su un muretto, un triangolino dell’ombra vellutata di un faggio, uno squarcio di canapa grezza da un’immensa quercia, qualche spruzzo di seta fluida dalla fontanella del parco, il denim ingrigito di una panchina in disparte, tre petali di cotone viola e sette foglie di lino bianco. Sartine lanciò uno sguardo malizioso a Lino voltandogli le spalle, si sedette a gambe incrociate sul tappeto di fili d’erba e cominciò a trafficare con fare disinvolto e misterioso. Dopo una breve attesa tornò dal brebissiano, ancora tremante come un bottone mal cucito.
“Et voilà! Eccoti la tua nuova pelliccia!” gridò Sartine, con un’evidente emozione plastificata in volto. Lino rimase senza parole, di fronte a quel meraviglioso manto a patchwork: un vestito ancora più bello della sua vecchia e noiosa lana grezza! Lino era gommoso e commosso, non trovava le parole per ringraziare quella curiosa bambolina dall’aria furbetta.
“Se ora vieni a casa mia, ti posso fare anche la codina all’uncinetto, e, se ti va, puoi rimanere a dormire da me” propose la piccola, e le sue guanciotte si colorarono di un cupo rosso cuoio. Voleva tanto adottare quel cuccioletto, si sarebbe impuntata con ogni mezzo contro le ruvide e graffianti proteste della mamma.
“Non so come ringraziarti, davvero… Mi hai reso felice!” esclamò Lino, saltellando con fare elastico.
Senza aggiungere altro, Sartine e Lino s’incamminarono lungo il vialetto che portava all’uscita del parco, con la soffice sensazione di aver trovato un nuovo amico.
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Grazie, cara. Zia Gaia troverà qualche trasgressione del tuo pupo da appoggiargli, come da te suggerito
futuro pupo??
ho trovato la zia che scriverà i racconti per il mio futuro pupo. grazie zia Gaia.