AIAGAIA

La casa dell’infanzia

Un raggio di luce si divincola dai rami e mi acceca. Chiudo gli occhi.

Una bambina magrina, ma dalle ossa robuste e con un disordinato caschetto nero scende da una stradina in discesa, sbucando improvvisamente dai campi di grano davanti a un’enorme cascina. Nell’aria lo starnazzare delle oche incollerite, il battito degli zoccoli sul pavimento di pietra della stalla, ed un insostenibile ma familiare puzzo di letame. Per quanti anni l’aveva accompagnata, quell’odore così penetrante… Anche se per tanto tempo le aveva fatto storcere il naso quando tornava da scuola, ora lo ricordava con nostalgia.

La bambina prosegue decisa fino alla porta d’ingresso, misteriosamente accostata, e non si ferma troppo a salutare i cani scodinzolanti dei vicini, che l’hanno riconosciuta da dietro al cancelletto, né finge di toccare le piante grasse del signor Sergio con il rischio di pungersi, come avrebbe fatto una volta.

Entrando, si ritrova nella cosiddetta lavanderia: lavatrice che borbotta a destra; grande lavatoio con stracci luridi sul bordo, armadi candidi per la biancheria sulla sinistra; asse e ferro da stiro appoggiati al muro. Prosegue, ed ecco il tanto amato soggiorno: i lunghi divani logori, il cui colore è reso ormai indistinto dal tempo, sui quali tante volte lei e la sorella hanno fatto la lotta durante la pubblicità; l’enorme camino mai finito, ancora ricoperto di nudo e crudo cemento armato, che spesso la graffiava; la cucina, con il tavolo dal ripiano di marmo bianco, su cui la mamma impastava gli gnocchi, e con quelle tendine opache, che nascondevano maldestramente l’immenso giardino su cui si affacciava la casa.

Ah, il giardino - il suo vero regno - dagli alti e odorosi tigli, che in estate condivano i suoi giochi. L’altalena rossa in fondo al prato, vicino alla siepe più estrema, quella di cui aveva paura perché si trovava nell’ombra più fitta e popolosa di insetti, e perché era la più isolata del cortile; i sentierini di mattonelle rosse che disegnavano strani percorsi tra pioppi e vasoni di pietra; la famosa collinetta d’erba dalla quale ci si rotolava sbucciandosi le ginocchia. I piedi di quella siepe che le ha rubato tanti palloni, ormai bucati: da sempre scrigno di funghi e ricci impauriti, sempre guardata con sospetto e attrazione, scenario, senza dubbio, di svariate feste estive tra lucciole e folletti; la ferrovia che incombe sul cortile, che con lo sferragliare di binari, il fischio quasi allarmato delle locomotive e il rombo dei treni ad alta velocità ha sempre accompagnato le corse sudate di bambina, rompendo ogni volta il silenzio dei campi.

Basta, ora, la bambina rientra in casa, e si sposta nel salone, il grande salotto delle feste e degli amici in visita, quello degli eleganti divani azzurri, dei tappeti di cui non ha mai capito gli intarsi, del freddissimo pavimento di marmo lucido, della specchiera davanti alla quale ballava nei giorni di pioggia. Adora quelle stanze piene di mobili da grandi, incomprensibili, inaccessibili, lontani. Ora si ferma davanti alla scala a chiocciola, e subito le tornano in mente le gare con la sorella, quando si lasciavano scivolare sui gradini di marmo, incuranti delle pacche sorde al sedere, urlando come sulle montagne russe.

Poi decide di salire al piano di sopra, imbattendosi, finalmente, nella porta più importante: la camera sua e di sua sorella. Esita, sfiora la maniglia, respira forte, infine entra: era come l’aveva lasciata. La luce entra maestosa da due gigantesche finestre appena intraviste dietro tendaggi bianchi e gialli, i due colori che dominano tutta la stanza; due principeschi letti dai tessuti fioriti si affiancano, divisi da un comodino stellato e da quadri che scendono in ordine di grandezza: il più basso ritrae due angioletti addormentati, il mediano due giovinette vestite a festa, il più alto una donna che guarda lontano… forse le tappe della loro vita, forse un augurio dei genitori. Infine, sulla destra, proprio accanto al suo letto, il vero prodigio della stanza: un immenso specchio che ricopre l’intera altissima parete. Se questo potesse parlare, ricorderebbe loro ridendo dei mille balli, salti sui letti, litigi, dei loro primi cd da ragazzine, ascoltati ossessivamente per pomeriggi interi, sognando ad occhi aperti amori impossibili, tra pianti amari e risate fiduciose.

Neanche un batter di ciglia, ed ecco che la moretta si trova ad aggirarsi tra le due scrivanie del loro studiolo, due semplici tavoli monocolore ricoperti di sciocchezzuole come infantili portafoto, dono di qualche loro compleanno, orsacchiotti che nemmeno ricordava più, diari segreti scritti con biro dall’inchiostro rosa, geloso orgoglio di entrambe.

Poi, improvvisamente, esce dalla stanza, ha bisogno di correre nella camera di sua madre: è sempre stato così, appena ci entra, deve fermarsi a guardarla, ogni volta ne è estasiata. Sì, perché, entrando, ci si trova su una sorta di balconcino in pietra grigia, che si affaccia sul letto matrimoniale bianco e blu, decorato con donzelle e fanciulli bacchici un po’ effeminati, circondati da foglie e grappoli d’uva. Di fronte al letto si apre un balcone, vero questa volta, coperto da tendaggi della stessa fantasia della coperta del letto. La bambina si affaccia sul balconcino e di nuovo sogna di essere Giulietta in trepidante attesa del suo Romeo, poi scende le scalette al lato del letto (su cui sua sorella, durante un loro rincorrersi, era scivolata, facendo cadere tutti i dentini da latte in una volta… probabilmente preciserebbe che fu il dolore più vivido della sua vita) e annusa nuovamente quei cuscini che sanno di mamma, un odore delicato, rassicurante, dolce ma non stucchevole, che lei respirava per ore quando sua madre non era in casa.

Tanti, troppi ricordi, e tante, troppe stanze ancora da visitare. Non ha visto il bagno dei suoi genitori, con quei ripiani zeppi di lozioni e cosmetici, tanto ambiti dalle due bambine che guardavano rapite la madre che si truccava, e con quella vasca “che faceva le bollicine”, motivo, per lei, più d’inquietudine che di curiosità. Ma non importa. Prima di riscendere le scale, si ferma a salutare con lo sguardo quei gradini che salgono all’ultimo piano, quello più buio e polveroso, ma affascinante, la famosa soffitta che racchiudeva oggetti bizzarri dai sapori esotici, ricordo di viaggi lontani dei suoi genitori da sposini: conchiglie da cui si sentiva chissà quale mare, soprammobili neri e dorati che evocavano deserti e Sfingi, pesanti tappeti persiani e delicati vasi vietnamiti. Lei lo sa, è sempre stata convinta che quella mansarda travestita da stanzetta per gli ospiti accogliesse un qualche fantasma appartenuto al passato della cascina.

Persa in questi voli pindarici, la piccola è già arrivata al piano terra, addirittura di fronte alla porta d’ingresso. Di colpo, si sente più vecchia: tutte quelle nostalgie, quegli odori, quelle luci… Quando si cominciano ad avere dei ricordi d’infanzia, allora si sta invecchiando, ne è sempre stata certa. Malinconica e rassegnata, esce dalla casa, e, quasi mangiando l’aria a bocconi (che le rimanga impressa pure l’aria, di quel luogo), s’incammina lentamente verso la strada che affianca la stalla, diretta al suo presente. E’ stato confortante, è stato bello quanto insperato quel ritorno, seppure immaginato, alla sua casa d’infanzia.

Lentamente, nel cielo denso della campagna, una bambina che cammina sulla strada ritorna ragazza di città.

Pubblicato da Gaia Roncarelli Mercoledì, 2 Dicembre 2009

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