AIAGAIA

Gemini

Anna e Maria. Maria e Anna. Anna Maria, Marianna. Gemelle. Identiche. Gemelle nel segno dei gemelli. Gemini. Anna e Maria, e il leitmotiv che scorre sonnacchioso nella loro vita fin dalla nascita, e scorrerà per sempre fino alla morte: “Ah, gemelle! Ma siete identiche! Che fortuna, così quando una deve dare un esame, può andarci l’altra! Ma è vero che se una si fa male, sente dolore anche l’altra?”. Sempre le stesse domande, per tutta la vita. Ma ormai ci sono abituate, fa parte della loro esistenza come il sole e l’aria.

Anna la seriosa, Maria la creativa. Anna la secchiona, Maria che non vede l’ora che cominci la ricreazione. Anna la destrimano, Maria la mancina. Maria che corre, Anna che la insegue. Yin e Yang. Bianco e nero, che insieme fanno grigio. Uguali, ma diverse. Un paradosso reale.

I genitori, però, sono stati bravi: hanno sempre vestito Anna e Maria in modo diverso, con colori diversi, con stili diversi. Regali diversi a Natale, scuole e classi diverse. “Così ciascuna può serenamente costruire la sua identità” spiega soddisfatta la madre alle amiche.
Eh, già. Un buon lavoro. O quasi.

Anna un’estate scoprirà casualmente che un certo René Zazzo chiama i suoi genitori degemellizzanti. Non le piace quella parola, ma ne ha una rivelazione, sente che è vero.

Anna, però, soffre: le capita da un po’ di tempo, non sa perché. Saranno stati tutti i romanzi che ha letto la scorsa estate, da ‘Le Meteore’ di Michel Tournier a ‘Sulla collina nera’ di Chatwin, forse i ‘Menaechmi’ plautini studiati in letteratura latina? Non si sa, non importa, il fatto è che ora Anna soffre. Tutto quel parlare di gemellarità, di segreto gemellare, di paradosso dei gemelli, tra gemello dominante e gemello dominato, gemello centripeto e gemello centrifugo, tutto questo la confonde. Anna piange.

Anna è gemella, ma contemporaneamente non lo è. Sa di avere un’altra sua identica metà che mangia, corre, ride, respira. Ma allo stesso tempo non lo sa fino in fondo. Le sfugge il segreto gemellare che i singoli le invidiano tanto, ignari della sua stessa ignoranza. Lo intuisce alla lontana, esattamente come un sogno nitidissimo immediatamente dimenticato al risveglio. Ne è rimasta la traccia, sa di contenere anche lei quel segreto, ma non riesce ad afferrarlo pienamente. Ha un sapore antico, di sapere millenario ma sopito sotto pelle. Le sfugge. Per questo sente salirle dentro rabbia e tristezza per la sua gemellarità negata, quella che le hanno rubato, quella che con la sua mancanza la fa sentire dimezzata.

Anna vuole tentare di ritrovare la sua verità, la sua natura irriducibile. La sua ιδεα.

Una sera, finalmente, si sente capita. Sono le 18.47 di un mercoledì sera. Anna sta svogliatamente navigando su internet, finché non approda nel blog di una ragazza, G.

Anna legge per curiosità l’ultimo post pubblicato, facendosi sempre più coinvolgere dalle parole. Il testo diceva più o meno così:

“Mi chiamo G. ed ho una gemella, G. Siamo eterozigote, qualcuno direbbe false gemelle, io dico gemelle e basta. Un’esistenza gemellare è un’esperienza troppo ingombrante per poterla sminuire, un fenomeno esistenziale che si lega a filo doppio ad ogni aspetto della tua vita, fino a mangiarsela in un sol boccone, se non ci stai attento. Ovulo unico o doppio che sia, non importa. È la vita prenatale comune che conta, il fatto che io e G. siamo state concepite insieme, nello stesso istante. Per questo, anche non essendo identiche, io sono stata concepita con G. e mi concepisco con lei, non riesco e non posso concepirmi senza. Esattamente come è impossibile per un singolo individuo immaginare la propria vita diversa da quella che è. Non può, tutto si limiterebbe a quanto mai vane e scialbe ipotesi, per sempre incatenate nel mondo dell’astratto. Io ho vissuto insieme a G. per nove lunghi mesi dentro la stessa pancia, sentendo gli stessi suoni, intuendo le stesse luci e atmosfere di tensione o serenità. E questo conta più di tutto, ve l’assicuro.

Io e G. siamo figlie di due genitori meravigliosi, che, tra la simbiosi più marmorea e stagnante e l’individualità più serena e ricca di opportunità, hanno scelto la seconda via. Tutto perfetto, direte voi. Beh, sì e no, dico io. Non posso e non potrò evitare di fare i conti con la gemellarità concreta che non ho vissuto. Li ringrazio per la vita indipendente che mi hanno insegnato a vivere, ma ora devo badare anche a questo altro aspetto della medaglia, per forza. Prima o poi sarebbe capitato. Nulla di male, niente rancori, credo che ogni figlio prima o poi debba fare i conti con quello che inevitabilmente un genitore manca di dargli. La genitorialità è il settore in cui è più palesemente impossibile la perfezione, credo. Ma torniamo a noi. Fin da piccole, io e G. siamo sempre state vestite in modo diverso, con giocattoli e accessori diversi e così via, e ci veniva sempre ricordato che G. non è G., e viceversa. Logico, no? Ma c’è poco da fare, anche se i nostri genitori hanno cercato di insegnarci la logica dell’Io, non ci siamo mai dimenticate la logica del Noi, e non la dimenticheremo mai, anche se non ne abbiamo fatto granché esperienza. Non dimenticherò mai che, nonostante i tanti regali differenti, quello ambito è sempre stato uno solo, lo stesso per entrambe. Capita tuttora. Non credo nemmeno che sia un caso il fatto che io e mia sorella siamo nate di parto cesareo perché «abbiamo puntato i piedi contro l’uscita», come dice spesso mia madre. Non ci siamo sistemate nel verso «giusto», pronte ad uscire all’esterno, incontro al mondo e alla nostra separazione. Noi volevamo palesemente rimanere dove eravamo, nella nostra comunione edenica. Io e lei. G. e G. Noi e Io allo stesso tempo.

A scrivervi è la cosiddetta gemella centripeta, quella che sente maggiormente la gemellarità e la necessità di vivere la dualità della propria esistenza, quella più attaccata all’altra gemella. Insomma, G. fugge e io la inseguo, come in ogni dinamica gemellare c’è un inseguito ed un inseguitore, come in ogni fiaba c’è una preda e un cacciatore, come in ogni storia d’amore c’è un innamorato ed un oggetto del desiderio. Solo ora comprendo la mia ferita infantile quando mia sorella, all’inizio dell’adolescenza, cominciò a scansarmi, ad urlarmi contro: «Non fare sempre tutto quello che faccio io! Non copiarmi in tutto! Non siamo uguali!». Ecco, la ferita era creata, la gemella era dimezzata completamente. Col tempo, imparai lentamente a differenziarmi da lei, almeno all’apparenza, quanto bastava perché G. non si lamentasse. Imparai a fingere di aver dimenticato quello che prima era un mio diktat naturale inevitabile, finché non imparai a fingere così bene da dimenticarmelo davvero. Ecco, infatti, che arrivai a stupirmi dell’insofferenza esagerata che provavo per i fidanzati di G. Mi vergognavo. Non capivo che quello che sentivo era una gelosia sfrenata per quelli che ai miei occhi non erano altro che dei ladri che pretendevano assurdamente di accaparrarsi il posto che solo io potevo avere per diritto di nascita. Una simbiosi a cui anelavo e che mi era vietata.

È passato altro tempo, sono cambiate tante cose, e tante altre ne sono venute (anzi, tornate) a galla. Ora che ho capito cosa ho perso, so cosa devo recuperare. Ma, attenzione: ora so che non devo (e nemmeno voglio) impaludarmi in una gemellarità simbiotica che mi porta alla negazione dell’indipendenza, dell’individualità, in sostanza alla negazione della vita, alla morte sociale e quindi anche fisica. Ora so che voglio riappropriarmi della mia gemellarità come consapevolezza che due gemelli sono un Noi, ovvero una coppia, un 1+1 che è uguale a 2. Devo imparare ad essere me stessa all’interno di questa viscerale dualità. Dualità non significa annullamento del singolo, ma può fare rima con grande complicità. Non sarà affatto facile, ma almeno ho aperto la strada giusta per me.

Un saluto a tutti,

G.”

Anna leggeva e piangeva. A fine lettura andò a letto con un grande calore nel cuore, la netta sensazione di aver più chiaro cosa voler ottenere da sua sorella Maria e da se stessa. “Grazie, G.” pensò, prima di spegnere la luce.

Prego, Anna.

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Pubblicato da Gaia Roncarelli Mercoledì, 10 Marzo 2010

Commenti E' richiesto javascript per commentare.

  1. 5

    :*

  2. 4

    Ti ringrazio col cuore, Laura…

  3. 3

    Per me, e per tutti noi che abbiamo visto insieme a voi le prime cose del mondo(e tu capisci chi), siete sempre state due. Ma se una delle due fosse mancata, o fosse anche solo stata diversa da come l’avevamo sempre saputa, nulla sarebbe stato più uguale. Siete da sempre due, e sempre VOI due, fatte come siete fatte, e il diktat naturale che rimpiangi (1+1) non lo avete mai perduto, ed è ciò che, da piccole -come poi eravamo tutti noi insieme- ci ha sempre regalato le cose più dolci e sorprendenti. Voi due siete una famiglia che cammina con 4 piedi, insieme siete un conforto, una luce viva e strana che in quel giorno di sole che furono quegli anni mi ha sempre tenuto molta profonda compagnia.
    Baci grandi
    Laura

  4. 2

    Prego, P. :)

  5. 1

    ..grazie, G.

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