Prenderà gli occhi da lui e i ricci da lei. Il gusto per il viaggio e l’eterno divenire, il relativismo estremo in cui ogni cosa è il suo contrario saranno di lui; la riflessione statica ai limiti del morboso sarà ovviamente di lei. Il senso dell’umorismo da cinico senza speranza corrisponde a un his, i perenni sogni ad occhi aperti fanno rima con her. Sarà permaloso come lei e impaziente come lui, silenzioso come lui e ingenuo come lei. Sarà un loro.
Come si chiamerà? Riccardo? Sofia? Alessandro? Virginia? Chi lo sa. La voglia segreta è che esista un nome che esclami, limpido come il sole, la loro fusione, il disperdersi dei loro confini e il ritrovarsi di essi in un unico nuovo essere, frutto del loro amore. Esiste un nome che riveli degnamente l’unicità e la straordinarietà del loro pargolo? Magari, sarebbe l’unico adatto. Purtroppo non abbiamo la libertà onnipotente degli antichi dei greci, per cui Ermafrodito, bellissimo giovane che si fonde con una ninfa innamorata dando vita all’ibrido che porta il suo nome, si chiama così grazie ai genitori Hermes e Afrodite. La realtà è un’altra.
Che faccia avrà? Sarà alto o basso, aggraziato o imbranato, pingue o smilzo? Avrà i fianchi generosi di lei o le costole sporgenti di lui? I piedi saranno grandi o piccoli, avremo problemi nel trovargli scarpe adatte? Avrà mani agili, frenetiche nella corsa dal castello di sabbia alle collane di fiori, o sarà disgustato da qualsiasi lavoro manuale? Ma sarà intelligente? Ma naturalmente, cara, che domande fai, è nostro figlio!
All’orizzonte del pensiero, prati sterminati per centinaia di ginocchia sbucciate e conseguenti piagnistei, muretti asfaltati per migliaia di bernoccoli, ampie sale d’aspetto per innumerevoli visite mediche, chili di pagine illustrate per svariate fiabe della buonanotte, profondi abbassamenti di voce per infinite liti da “ha iniziato prima lui”, chilometri di mutande sporche per lavaggi senza fine. Ma l’orizzonte è ancora quello del pensiero, la prova del fuoco per il momento non incombe, il sogno romantico alla Mulino Bianco per ora spodesta la futura cruda realtà.
Finché la cruda realtà non suona il campanello di casa. Ed ecco la frenesia che sconquassa le pareti domestiche, il terremoto che ancora non sa dire mamma ma che riesce a scovare anche le spine elettriche più nascoste, il coccodipapà che si arrampica sugli scaffali, il cucciolodimamma che rovescia i vasi di cristallo e tira le tende, l’angelodellazia che si brucia le mani sul forno. Titoli di testa. Insomma, dov’è finita la fiaba?
La fiaba c’è. Alla fine di una giornata lavorativa senza scampo, rientrando in casa come sopravvissuti di guerra, con la testa ancora imbottita di nevrosi da ufficio, ci si trova davanti un nanetto tondo che a stento supera il nostro ginocchio che ci guarda e semplicemente ci dice “papà”. Niente sforzi, apparentemente. Dopo mesi passati a boccheggiare in silenzio come un pesce nell’acquario, lui se ne esce tranquillamente con un “papà”, come fosse la cosa più ovvia del mondo. È la neve che si scioglie al sole, letteralmente.
Sì, la fiaba c’è, magari senza formule magiche, ma la sua potenza rimane intatta.
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