27A

Signor Kierkegaard, ma mi faccia il piacere

Quanta gente oggi sull’autobus. Piove e c’è il blocco del traffico e si sa, pioggia e blocco, creano una sorta di alchimia mortale nelle menti del genere umano che porta a fare cose piuttosto strane: decidere di uscire seppur non abbiamo nulla da fare, urlare per il gusto di manifestare (a chi?) la totale disapprovazione per la pioggia e per il blocco del traffico (sei in ferie e la spesa l’ha fatta ieri tua moglie, cosa diavolo ci fai in giro?).

E poi, stanno andando dove vado io?
Fortuna che il pensiero è rapido nell’associazione di idee e, non si sa come, mi viene in mente quando sbirciavo nella biblioteca di mia madre.

C’erano: la barba lunga di Marx, Seneca che, non so perchè mi guardava sempre male; Sant’Agostino (due/tre cose le avrei dette volentieri al  piccoletto); Aristole e Platone (perchè giravano sempre in coppia nella mia testa?), Michel de Montaigne (che nome pomposo e che colletto imbarazzante), Martin Heidegger (si fermava sempre a cena con noi a fare due chiacchiere, un simpatico mattacchione) e c’erano anche cavalli, uomini in battaglia e donzelle in pericolo da salvare.

Il ricordo è un consolatore molesto” (un aforisma di Sören Kierkegaard)

E poi, c’erano quelle frasi di chenesocomesichiama che leggendolo aspettavo con ansia la fine del suo pensiero per poi chiedermi tutta la notte cosa volesse dire.

Non capivo, ma era importante? Boh.
Sì, ma il “boh” non risolveva i miei dubbi e l’indomani eravamo sempre lì: io, il dubbio e il pensiero lacerante su come togliermi dalla testa il nonmiricordoilsuonome e la sua irriverente teoria.

“Ci vuole più coraggio per dimenticare che per ricordare” (un altro aforisma di Kierkegaard)

Ecco che ricominciava, ancora lui.

“Mi dica, Signor Kierkegaard, ma lei crede veramente di beffarmi con questo suo linguaggio articolato? Ma mi faccia il piacere… Vaià.”

Eppure ’sto pischello non diceva cose stupide. In fondo, se ci pensiamo è così.

Nessuno rinuncerebbe mai al lacerante dondolìo di effimeri ricordi, a quella poesia velata che c’è dietro alle storie ricostruite, rimescolate, ritoccate dalla vena creativa del cantastorie di turno.
Il ricordo ci consola, come un dolce mangiato di nascosto a lume di frigorifero.
Sappiamo che non dovremmo e che non potremmo, ma che molestamente quel gelato è l’unico nostro rifugio.

Ci consola il ricordo di noi bambini, perchè sappiamo dove affondare le dita quando ci sentiamo persi nella voragine dei nostri anni.
Ci sentiamo persi quando non riusciamo  a ricordare qualcosa, ma a dimenticare non dedichiamo neanche un attimo della nostra vita, non possiamo, non dobbiamo.
Non rinunceremmo mai al logorante desiderio di ricordare il gusto del gelato che cadde rovinosamente sulla nostra maglia nuova, in quel pomeriggio di troppo tempo fa; tanto piccoli da non toccare a terra seduti al bar, ma all’altezza giusta per incrociare lo sguardo della mamma pronta con un pacco di rimproveri infiocchettati per noi.

E come fare senza quei racconti imbarazzanti ma fondamentali, di quando la vita ci portò alla luce, nudamente crudele, quel racconto.
Eri verde (un giorno), bello (l’altro) e per molti eri un piccolo mostriciattolo.

Avete mai pensato alla vita senza il ricordo del primo vestito di carnevale? Magari fatto da mamma o da nonna.

“Stai fermo, attento che ti pungi, è stretto, è largo, alza le spalle, come faccio a lavorare con te che ti muovi?”

E così via.
La prima candelina? Dai che tutti conoscete la storia di voi che affondate la faccia dentro la torta.
Il primo giorno d’asilo? Mamma piange più di voi e papà si da malato al lavoro.
Poi c’è la sbucciatura giocando a calcio. Se ci andava bene erano attenzioni per la sofferenza, altrimenti rimproveri come se ci fossimo buttati apposta a terra (un po’ era vero). Ma il bello è come mamma lo ricorda, papà che non c’era ma che sa la verità e nonna che dall’alto dei suoi occhialini ci difendeva in pubblico, per poi incollare una pacca sul culetto, di nascosto dalla mamma.
E’ così che si comportano le nonne.

Questi ricordi litigano con i miei neuroni come davanti ad un buffet a cui non sono stati neanche invitati, mentre la signora mi spinge, il bambino urla, ascolto la telefonata della tipa seduta accanto e sento tutte le suonerie tamarre.

E il bello sapete qual è?

Che non ho mai vissuto nulla di tutto ciò. Che nessuno mi ha mai raccontato nulla del mio essere piccola, ma è questo il fascino dei ricordi.

Sono belli anche se non sono tuoi.
“27A. Prossima fermata, Rizzoli”.
E’ la mia, faccio l’occhiolino a Kierkegaard e scendo.

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Pubblicato da azeb Sabato, 6 Marzo 2010

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